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Il futuro della Libia e noi

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Il vertice di Parigi traccia un percorso per superare la stagione della guerra civile. Per l'Europa la stabilità dell'Africa è fondamentale
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Il messaggio è stato chiaro: Europa e Stati Uniti vogliono la stabilizzazione della Libia. E, forse per la prima volta, questo segnale viene lanciato in modo corale, senza distinguo tra i protagonisti della partita. Macron, Merkel e Draghi hanno parlato in maniera univoca, con il sostegno della Casa Bianca testimoniato dalla presenza di Kamala Harris. Anche il presidente egiziano Al Sisi avrebbe dato il suo appoggio, determinante alla luce dell'influenza sulla Cirenaica e sul maresciallo Haftar. Da questo punto di vista, la conferenza di Parigi rappresenta un grande risultato politico.

Traccia un percorso per superare la stagione della guerra civile: le elezioni del prossimo 24 dicembre, le prime consultazioni dopo nove anni drammatici che hanno devastato la Libia. Un passo avanti fondamentale per un Paese che non ha mai conosciuto la democrazia, perché alla dittatura di Gheddafi si è sostituita la lotta armata tra milizie tribali. Ma soprattutto indica con c…

Il messaggio è stato chiaro: Europa e Stati Uniti vogliono la stabilizzazione della Libia. E, forse per la prima volta, questo segnale viene lanciato in modo corale, senza distinguo tra i protagonisti della partita. Macron, Merkel e Draghi hanno parlato in maniera univoca, con il sostegno della Casa Bianca testimoniato dalla presenza di Kamala Harris. Anche il presidente egiziano Al Sisi avrebbe dato il suo appoggio, determinante alla luce dell'influenza sulla Cirenaica e sul maresciallo Haftar. Da questo punto di vista, la conferenza di Parigi rappresenta un grande risultato politico.

Traccia un percorso per superare la stagione della guerra civile: le elezioni del prossimo 24 dicembre, le prime consultazioni dopo nove anni drammatici che hanno devastato la Libia. Un passo avanti fondamentale per un Paese che non ha mai conosciuto la democrazia, perché alla dittatura di Gheddafi si è sostituita la lotta armata tra milizie tribali. Ma soprattutto indica con chiarezza gli ostacoli sulla strada della pace: Russia e Turchia. Sono le potenze che condizionano le scelte di Tripoli e di Bengasi, con linee d'azione diverse: manifesta quella di Erdogan, che ha sottoscritto accordi formali e schierato truppe; molto più nell'ombra quella di Putin, che ha messo in campo i mercenari della compagnia Wagner. Entrambi però non intendono rinunciare né allo sfruttamento delle risorse petrolifere, né alle potenzialità geostrategiche offerte dalla costruzione di capisaldi al centro del Mediterraneo. Macron e Merkel sono stati decisi nel chiedere ad Ankara e Mosca il ritiro dei soldati. Le prossime cinque settimane saranno cruciali ma è indubbio che senza superare i loro i veti sarà impossibile arrivare a elezioni realmente rilevanti.

Il vertice di Parigi ha anche mostrato una sintonia tra Italia e Francia sul futuro della Libia, accantonando i contrasti e i tiri mancini dell'ultimo decennio. E Draghi ha colto l'occasione per imporre un tema chiave, decisivo per le sorti dell'intera Europa: il contrasto al traffico di uomini nel Canale di Sicilia. Il premier ha parlato di "situazione insostenibile", invocando l'intervento dell'Unione. L'inchiesta di Alessandra Ziniti mette in luce quanto sia pesante il carico sulle nostre strutture: dall'inizio dell'anno sono sbarcate 57.833 persone ma di queste solo 97 sono state accolte dagli altri Stati della Ue.

Dietro l'ondata di disperati, che neppure la pandemia ha fermato, non ci sono soltanto gli interessi criminali dei càid di Tripoli: i flussi vengono controllati secondo un calcolo molto più ampio, che rispecchia non solo le dinamiche della crisi libica ma anche i disegni delle potenze straniere.

Come in Bielorussia, pure nel Mediterraneo centrale la marcia dei migranti viene manovrata come un'arma secondo gli schemi di una vera "guerra ibrida". Perché conosciamo gli effetti politici causati nei parlamenti dell'Unione dall'esodo siriano del 2013, incrementando la crescita dei movimenti sovranisti fino al punto da minacciare la stessa sopravvivenza delle istituzioni europee.

Un rischio che oggi, con il tessuto sociale del continente messo a dura prova dal Covid, non si può correre. Ma che - come ha sottolineato Draghi - deve essere sventato senza dimenticare i valori dell'Europa e prima di tutto il rispetto dei diritti umani. Non si possono costruire muri, anche perché sul mare questa possibilità non esiste. E non si può proseguire nell'impiego di carcerieri prezzolati che bloccano le partenze vessando i profughi.

L'Unione deve condividere il peso degli sbarchi e trovare la forza di concepire un intervento strategico sulle radici del problema: aprendo gli occhi sulle condizioni del Sahel e del Corno d'Africa, dove nasce la fuga dalla povertà e dalla guerra, e contrastando con fermezza i pupari che manovrano i flussi come un'arma. Un impegno costoso in termini economici, diplomatici e militari. Ma indispensabile: perché è dalla stabilità dell'Africa che passa il futuro dell'Europa.