Requiem sulla Costituzione
di Carlo Galli , di Carlo GalliA un eventuale tavolo per le riforme l'onorevole Meloni si siederebbe volentieri, come lei stessa afferma, per avanzare la proposta di modificare il sistema istituzionale del nostro Paese in senso presidenzialistico. Non è una novità: anzi, è una posizione storicamente ricorrente della destra. Ora, il presidenzialismo - nelle sue possibili configurazioni (integrale o dimezzato) che non sono certo equivalenti l'una all'altra - non è un male in sé: vi si sono affidate democrazie ben sperimentate come, per esempio, gli Usa e la Francia. Che sia un bene per l'Italia è però tutto da dimostrare, e da discutere, se ve ne fosse l'opportunità.
Ma l'elemento interessante della posizione dell'onorevole Meloni è che per giungere al presidenzialismo propone, in parallelo alle prossime elezioni politiche, l'istituzione di un'assemblea costituente, anch'essa eletta dal popolo. E questa non &egrav…
A un eventuale tavolo per le riforme l'onorevole Meloni si siederebbe volentieri, come lei stessa afferma, per avanzare la proposta di modificare il sistema istituzionale del nostro Paese in senso presidenzialistico. Non è una novità: anzi, è una posizione storicamente ricorrente della destra. Ora, il presidenzialismo - nelle sue possibili configurazioni (integrale o dimezzato) che non sono certo equivalenti l'una all'altra - non è un male in sé: vi si sono affidate democrazie ben sperimentate come, per esempio, gli Usa e la Francia. Che sia un bene per l'Italia è però tutto da dimostrare, e da discutere, se ve ne fosse l'opportunità.
Ma l'elemento interessante della posizione dell'onorevole Meloni è che per giungere al presidenzialismo propone, in parallelo alle prossime elezioni politiche, l'istituzione di un'assemblea costituente, anch'essa eletta dal popolo. E questa non è una riforma: è l'equivalente politico-istituzionale di una bomba atomica.
La Carta costituzionale, infatti, può essere modificata solo secondo le procedure previste dall'art. 138, quelle già sperimentate nei molti (troppi) casi di cambiamento fin qui intercorsi; e se il cambiamento deve avvenire in Parlamento, l'assemblea costituente non può essere altro che un comitato di saggi (stranamente legittimato dal voto popolare) che avanza proposte per Camera e Senato - i veri soggetti politici della modifica, gli unici rappresentanti della sovranità del popolo - .
Se invece è da intendersi in senso proprio, l'assemblea costituente è di per sé fuori dalla costituzione vigente; se è veramente costituente, infatti, ha il pieno potere di riscrivere l'intero ordinamento; non si capisce quindi quale autorità costituita la potrebbe legittimamente convocare, e anzi sarebbe essa stessa la fonte di ogni successiva legittimità - come appunto avvenne nel 1946-47 con l'assemblea costituente italiana, che chiudeva tre anni di cesura storica lacerante, e, in forme diverse, nel 1958, quando nel cuore della crisi algerina la Quarta repubblica francese morì e De Gaulle istituì la Quinta - . Non si cambia integralmente una Costituzione come si cambia un abito: una vera assemblea costituente si insedia in un trauma politico profondo, in cui un vecchio ordine istituzionale muore e ne nasce uno nuovo; da quel trauma, e dalla espressione della volontà popolare, trae la propria interna energia. Quell'assemblea è in pratica l'equivalente di una forza rivoluzionaria: è la politica nella sua concentrazione massima, incandescente. Una forma di iper-politica: una vera eccezione - il termine, una volta tanto, sarebbe appropriato - , non un'emergenza.
È sintomatico che questa proposta venga avanzata oggi, in una fase in cui la politica sembra essere ormai uscita dalle istituzioni, per collocarsi o nelle tecnostrutture del Paese (a loro volta non in ottima salute), oppure nelle piazze, dove si manifesta in rabbiosi sentimenti di esclusione e di rivalsa, e dove spesso si rovescia nel populismo e nell'antipolitica (ovvero in una politica istintiva, fuori controllo). La politica istituzionale e costituzionale, i partiti e il Parlamento, sono invece esausti, e al Paese - stretto fra due emergenze (quella sanitaria e quella economica) che la politica non ha saputo affrontare direttamente, demandandone la gestione a un non-politico - offrono uno spettacolo di tattica elaboratissima e quasi incomprensibile, avente per oggetto l'elezione del Capo dello Stato. Come se lì, a prescindere dai meriti della persona che verrà scelta, stia la soluzione dei problemi strutturali del Paese, l'uscita dalle sue debolezze, l'esaudimento delle sue speranze.
Quella proposta di assemblea costituente, insomma, se non è estemporanea (ma non sembra), pare essere il sintomo di una radicale sfiducia verso il quadro politico-istituzionale presente; e sembra anche un requiem sulla Costituzione repubblicana e sulla sua capacità di fornire efficacemente il quadro della nostra vita collettiva. Riportare la politica dentro le istituzioni, rendere i partiti protagonisti in termini ideali e pratici di una vita politica capace di discussioni e di decisioni serie, strategiche, di un agire legittimato agli occhi del popolo, è invece la vera sfida del momento. Una sfida che sarebbe molto meglio affrontare con uno sforzo di gestire l'emergenza (per quanto grave) con la politica piuttosto che ipotizzare l'avventura iper-politica dell'eccezione.