✕

Dove finisce l'Europa

Ascolta l'audio

Il bimbo morto alla frontiera polacca
2 minuti di lettura

La foresta ha un nome dolce, Bialowieza. Dobbiamo ricordarlo: forse un giorno i nostri discendenti lo studieranno come noi Minsk-Byalistok, perché è anche lì che si consumano oggi le battaglie che decideranno il nostro domani. Lì, fra le querce e le betulle di una delle ultime foreste primarie del continente, per l'ennesima volta, è finita l'Europa. Perché dove finisce davvero, l'Europa? Al Mar Glaciale Artico, al Mar Nero, allo Stretto di Gibilterra: così ci insegna la geografia (e un poco anche la storia); a est agli Urali e al Caspio: ma è un confine vago, indeterminato e liquido come l'acqua. L'Europa finanziaria si spinge nell'Atlantico e nel Baltico, l'Europa politica ingloba l'Adriatico centrale e gli acquitrini della Mansuria, quella potenziale i Balcani e le steppe dell'Est. L'Europa ideale, libera, pacifica e democratica, nella quale crediamo di vivere, e che proprio per questo at…

La foresta ha un nome dolce, Bialowieza. Dobbiamo ricordarlo: forse un giorno i nostri discendenti lo studieranno come noi Minsk-Byalistok, perché è anche lì che si consumano oggi le battaglie che decideranno il nostro domani. Lì, fra le querce e le betulle di una delle ultime foreste primarie del continente, per l'ennesima volta, è finita l'Europa. Perché dove finisce davvero, l'Europa? Al Mar Glaciale Artico, al Mar Nero, allo Stretto di Gibilterra: così ci insegna la geografia (e un poco anche la storia); a est agli Urali e al Caspio: ma è un confine vago, indeterminato e liquido come l'acqua. L'Europa finanziaria si spinge nell'Atlantico e nel Baltico, l'Europa politica ingloba l'Adriatico centrale e gli acquitrini della Mansuria, quella potenziale i Balcani e le steppe dell'Est. L'Europa ideale, libera, pacifica e democratica, nella quale crediamo di vivere, e che proprio per questo attira come una calamita la disperazione e la speranza dell'altro mondo (non sembri un bisticcio paradossale: non lo è), finisce invece - ogni giorno, da troppi anni - nelle onde del Mediterraneo e in boschi sperduti lungo frontiere sconosciute.

Bialowieza significa torre bianca. La foresta, che si estende fra due nazioni (la Polonia e la Bielorussia) nella immensa pianura sarmatica, si è formata diecimila anni fa ed è rimasta indisturbata dall'ultima glaciazione: è parco nazionale, riserva di biosfera, patrimonio mondiale dell'Unesco. In passato, è stata territorio di caccia per i re di Polonia e i cortigiani degli zar di Russia. Lo è ancora. Ma vi si cacciano esseri umani. I suoi alberi millenari (sacri in tutte le mitologie europee) sono preziosi, e da tempo la Corte europea di giustizia incalza la Polonia per impedirne l'abbattimento indiscriminato. Dobbiamo pretendere lo stesso per i fantasmi che vi si rintanano come prede braccate e vi vengono abbattuti senza neppure il pretesto di albergare un insetto xilofago che intacca il patrimonio boschivo. Invece scompaiono senza far rumore né notizia. A meno che non siano bambini. L'innocenza uccisa ancora accende una flebile luce sulla zona morta del nostro campo visivo.

Alan Kurdi, Joseph della Guinea, ora il piccolo siriano senza nome, che si è spento come un cerino o un cucciolo di volpe fra le foglie delle querce e delle betulle. Ci raccontano che fuggiva. Ma in realtà era arrivato. Lo aveva passato, il confine dell'Europa - qualunque esso sia. La sua famiglia ce l'aveva fatta, e se è vero che proveniva dalla Siria aveva diritto all'asilo e lo avrebbe ottenuto se solo l'Unione europea tutelasse le persone come i vini e i formaggi. Invece è solo un microbo nella folla di indesiderabili. Manovrati come pedine e carne da macello da regimi autocratici disposti a usarli come armi, per ottenere dai nostri governi il denaro e l'impunità di perpetuare se stessi. Dimenticati dai civili cittadini delle democrazie europee, distratti dalla necessità di salvarsi da altri flagelli e disposti a considerarli flagelli essi stessi - malattia dell'occidente da respingere prima che diventi endemica. Filo spinato e muri di cemento non faranno diga alla marea umana che sogna l'Europa, credendola, come noi l'abbiamo creduta, oasi e rifugio. È sempre più una torre bianca, invece. Differire ulteriormente l'attuazione di una vera e unica politica migratoria, d'asilo, d'accoglienza, di gestione dei flussi e dei rimpatri, significa farsi complici dei mercanti di schiavi e dei cacciatori di uomini. Chiunque consideri ancora davvero non negoziabili tra i valori fondanti dell'Unione almeno il rispetto della dignità umana, la solidarietà e l'uguaglianza, non può più accettarlo.