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Tim-Kkr, servono regole del gioco nette

Luigi Gubitosi, ad di Tim 

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Se il governo non vuole scendere in campo direttamente nella partita della rete e delle telecomunicazioni farà meglio a studiare norme chiare, che impediscano a chiunque di poterle violare senza sanzioni
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Solo quindici mesi fa il governo giallorosso guidato da Giuseppe Conte interveniva nel mezzo di un consiglio di amministrazione di Tim per stoppare l'offerta del fondo americano Kkr su una quota di minoranza della sua rete. Ieri (domenica 21 novembre 2021), di fronte all'offerta di Kkr per acquistare non un pezzo, ma l'intera Tim, il governo di Mario Draghi ha parlato per bocca del ministero dell'Economia e ha preso atto della proposta, si è rallegrato perché un fondo Usa vuole investire in una grande azienda italiana e ha ricordato che "sarà in primo luogo il mercato", ossia gli azionisti della società, a valutare se il progetto proposto è solido o meno. Le due istantanee bastano da sole a spiegare l'ennesimo e radicale cambio di rotta nel giro di pochi mesi. E mostrano un esecutivo che si preoccupa più di dettare le regole del gioco che non di giocare la partita in prima persona.

L'accusa prevedibile che Dr…

Solo quindici mesi fa il governo giallorosso guidato da Giuseppe Conte interveniva nel mezzo di un consiglio di amministrazione di Tim per stoppare l'offerta del fondo americano Kkr su una quota di minoranza della sua rete. Ieri (domenica 21 novembre 2021), di fronte all'offerta di Kkr per acquistare non un pezzo, ma l'intera Tim, il governo di Mario Draghi ha parlato per bocca del ministero dell'Economia e ha preso atto della proposta, si è rallegrato perché un fondo Usa vuole investire in una grande azienda italiana e ha ricordato che "sarà in primo luogo il mercato", ossia gli azionisti della società, a valutare se il progetto proposto è solido o meno. Le due istantanee bastano da sole a spiegare l'ennesimo e radicale cambio di rotta nel giro di pochi mesi. E mostrano un esecutivo che si preoccupa più di dettare le regole del gioco che non di giocare la partita in prima persona.

L'accusa prevedibile che Draghi si tirerà addosso è quella di dare il via libera alle "locuste" del private equity senza abbozzare nemmeno una linea di difesa della "italianità" di Tim. Ma al di là del fatto che di italiano nel capitale della principale società telefonica italiana c'è ormai solo il 9,9% della Cdp, mentre il socio di maggioranza è un disinvolto rider borsistico francese, in questi anni alcune battaglie proprio a difesa di quella "italianità" e in generale di una proprietà interpretata prima di tutto in chiave locale - da Alitalia a Mps - non hanno dato, per usare un eufemismo, ottima prova di sé. Dunque il carattere nazionale, anzi nazionalistico, del possesso non è un fattore decisivo che oggi si possa invocare.

Se il passaporto di chi compra non deve essere un problema, è però corretto che il titolare di un passaporto straniero che vuole prendere tutta la Tim - la quale ha in mano anche infrastrutture decisive per il Paese come i collegamenti dati e voce internazionali e una parte della rete a banda larga - debba rispettare alcune regole.

Il governo le ha elencate, distinguendole in sostanza in tre grandi capitoli. Il primo riguarda proprio il carattere strategico della rete: anche se non anticipa nessuna mossa, palazzo Chigi spiega che se del caso potrebbe utilizzare il golden power che gli consente di bloccare o chiedere modifiche a un passaggio di proprietà: difficile, del resto, pensare che infrastrutture decisive, compreso il cloud nazionale che dovrebbe ospitare i dati sensibili del Paese e dei suoi cittadini, possano essere appaltati senza garanzie al fondo Usa.

Poi si sottolinea che si deve in ogni caso andare avanti nel piano per la banda ultralarga, finanziato anche con i fondi del Recovery Plan e considerato un fattore decisivo per spingere la produttività italiana rimasta indietro rispetto al resto d'Europa.

Infine il governo parla di "salvaguardia" e anzi di "crescita" dell'occupazione; qui è più difficile dare credito alle intenzioni dichiarate: se Kkr dovesse davvero prendere la Tim difficilmente manterrà i suoi 40 mila attuali dipendenti e ancor più difficile è che al momento decida di aumentarli.

Nessuno può augurarsi un sovranismo economico di stampo francese - quello che appena pochi mesi fa ha bloccato addirittura un'offerta canadese sui supermercati Carrefour decretandone un'inedita "strategicità" per la nazione. Ma nessuno deve dimenticare che quando gli azionisti non hanno faccia diventa più facile per loro sottrarsi a quelli che sono i doveri nei confronti di una comunità dove producono o alla quale offrono i servizi da cui traggono i loro profitti.

Per questo, se il governo, come è giusto che sia, non vuole giocare direttamente la partita della rete e delle telecomunicazioni, farà meglio a studiare regole del gioco nette, che impediscano a chiunque di poterle violare senza sanzioni.