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Lavoro a umanità aumentata

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Nell'era digitale
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I dati pubblicati nei giorni scorsi dell'Osservatorio sul precariato dell'Inps, confermano che, anche negli ultimi mesi, le grandi dimissioni non si fermano: 112 mila cessazioni ad agosto, 952 mila nei primi 8 mesi. Al netto dei pensionamenti, +12% di cessazioni di rapporti a tempo indeterminato in un anno è un dato che deve far pensare. Il "si vive una volta sola", lo sgretolamento della propria soglia di tolleranza ha anche lati positivi, accanto al rischio frequente, di trasformarsi in una ancor più grande, rassegnazione.

 

Che fare allora? La prima cosa è inserire e integrare sempre di più la dimensione della "cura" in qualsiasi ambito della nostra esperienza umana nel lavoro. I sistemi produttivi e la vecchia economia fordista "curavano" poco, anzi, piuttosto generavano necessità di cura. Si chiedeva uno sforzo fisico, spesso ripetitivo, logorante. Nella grande trasformazione del lavoro il digitale, l…

I dati pubblicati nei giorni scorsi dell'Osservatorio sul precariato dell'Inps, confermano che, anche negli ultimi mesi, le grandi dimissioni non si fermano: 112 mila cessazioni ad agosto, 952 mila nei primi 8 mesi. Al netto dei pensionamenti, +12% di cessazioni di rapporti a tempo indeterminato in un anno è un dato che deve far pensare. Il "si vive una volta sola", lo sgretolamento della propria soglia di tolleranza ha anche lati positivi, accanto al rischio frequente, di trasformarsi in una ancor più grande, rassegnazione.

 

Che fare allora? La prima cosa è inserire e integrare sempre di più la dimensione della "cura" in qualsiasi ambito della nostra esperienza umana nel lavoro. I sistemi produttivi e la vecchia economia fordista "curavano" poco, anzi, piuttosto generavano necessità di cura. Si chiedeva uno sforzo fisico, spesso ripetitivo, logorante. Nella grande trasformazione del lavoro il digitale, la robotica cooperativa, gli algoritmi spingono il lavoro verso un maggiore ingaggio cognitivo (contributo umano), le vere aziende 4.0 inseriscono negli obiettivi lo "zerofatiche", perché la fatica è sempre più inutile e costosa e con essa gli eccessivi carichi posturali, la scarsa ergonomia. Non siamo neanche a metà strada, e bisognerà occuparsi dello stress da lavoro correlato, che, invece, in molti casi, aumenta. Bisogna operare affinché il lavoro richieda la nostra dote più incontendibile con le macchine e cioè la nostra #umanitàumentata. Torna con forza la capacità di costruire tessiture sociali territoriali in grado di realizzare diversamente le comunità del lavoro. Già da prima della frammentazione del lavoro, i suoi luoghi erano sempre meno comunità. Anche tra i lavoratori ha vinto un'altra cultura che divide, illude di poter vincere da soli. E si resta veramente più soli, in una dimensione che ci opprime, costruendosi mille scuse e maledendo chi ha il coraggio o l'incoscienza di cambiare davvero.

 

In un momento in cui, peraltro, c'è tanto da cambiare, a partire dalle parole, "mercato" del lavoro, "capitale" umano, "risorse" umane. Abbiamo abusato di un lessico che non sa far altro che ricondurre le persone al denaro come unico generatore di valori, di significati e di senso. Finalmente ci si accorge che questa riduzione non solo è disumana ma neanche funziona. Ciò può rappresentare un'occasione per un nuovo inizio, per costruire una condizione umana più piena.
Non servono gli esperti della fuga dal lavoro, ma architetti del nuovo lavoro. Coloro che hanno la capacità e il coraggio di riflettere e progettare, andando oltre le vecchie categorie, perfette per capire ieri, ma che oggi sono inutili se non dannose finanche a descrivere il lavoro.

 

Inserire la dimensione della cura è difficile. Il digitale sta "scongelando" il tempo e lo spazio del lavoro. E i nuovi spazi van ripensati per contenere tempi diversi, apparentemente non conciliabili: quello dell'efficienza (per sua natura, veloce) e quello appunto della cura (che non può che essere lento perché aiuta a prestare attenzione, accudisce). È proprio su questo che dobbiamo edificare ciò che ci sarà dopo il capitalismo: la persona, come protagonista di partecipazione e riscatto del lavoro dignitoso, quello che realizza, cambia le imprese, il territorio, le relazioni e i rapporti sociali, quello che giorno dopo giorno, rende più umani. Ribaltiamo la discussione: invece di mettere in luce cosa si abbandona, torniamo a valorizzare la libertà di scelta delle persone e le motivazioni che orientano i loro percorsi. Torniamo a scegliere noi i territori e le città dove vivere. Non le città vetrina dove tra Ztl e periferia ci sono 5-6 anni di speranza di vita di differenza (in Brasile, a San Paolo 25). Valorizziamo con le nostre decisioni audaci, i lavori, le imprese, i corpi sociali e politici che sono great place to learn, to grow. Dove non si smetta mai di crescere perché la formazione è un diritto, un dovere. Il miglior luogo di lavoro è quello dove la sfida progettuale è alta non solo perché l'ansia che ne consegue è grande ma perché la si compie insieme e con gli strumenti migliori: la migliore qualità di formazione. Si sceglie di andare o di restare, dove si sta bene e ci si mette in gioco. Dove ci sia una zona franca dalle vecchie regole del gioco: il servilismo e le buone conoscenze. Schiacciate una volta tanto dall'impegno, dalla competenza, dal buonsenso nutrito dal senso critico, ma soprattutto dove vi sia spazio di cura. Lo spazio che abilita sfide cooperative: quella di lavorare insieme, tutti, meglio e per questo, meno. Occuparsi dell'altro, del contesto, del tessuto delle relazioni.

 

Bisogna battere i modelli manageriali che agevolano l'abbandono di cuore e cervello fuori dai cancelli, con la riconsegna all'uscita e con in mezzo qualche banale e strapagata indagine sul clima. Si vive volentieri il lavoro edificato su quella vitalità fatta di azioni invisibili che rendono più forte, perché più giusta, una comunità. Il lavoro è anche relazione e ritessere le comunità del lavoro è fondamentale proprio per ricostruire il nuovo senso del lavoro. Serve intelligenza sociale dell'impresa. L'impresa che pensa è un motore sano di crescita e democrazia. Ora come non mai, perché abbiamo l'occasione di farci domande più sincere a cui non ripetere vecchie risposte autoconsolatorie.