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Parità di genere, se il lavoro è degli uomini

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Le donne spariscono, anche se non sembra. Non c'erano prima, non ci sono adesso. Ci saranno poi? L'impiego femminile è principio di benessere individuale e collettivo, espressione di sé e crescita del Pil, protezione contro la violenza di genere e anche generatività. Ma perché questo si realizzi è necessario che qualcuno, prima, mostri l'invisibile
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Qualche settimana fa a lezione riflettevamo con studentesse e studenti dell'ultimo anno sul perché avessero scelto, per rappresentare la professione che vorrebbero fare, l'immagine di un uomo. Mi hanno guardata stupite e stupiti, più da sé stessi che da me.

In effetti la risposta alla mia domanda l'avevano in pochissimi, ed era anche incerta: "Forse perché quelli famosi sono stati uomini?". La maggior parte diceva: "Non me ne sono nemmeno accorta", "interessante, grazie per avermelo fatto notare", "magari l'ho scelto perché rappresenta il pensiero comune".

Durante un'altra lezione, questa volta con le matricole di un corso a prevalenza femminile (nell'altro le donne erano circa il 50%), qualcuno/a ha dichiarato un'appartenenza non binaria (scegliere di non identificarsi come maschio o femmina) e nessuno ha mostrato stupore: con buona pace di quelli che fanno battaglie contro il gen…

Qualche settimana fa a lezione riflettevamo con studentesse e studenti dell'ultimo anno sul perché avessero scelto, per rappresentare la professione che vorrebbero fare, l'immagine di un uomo. Mi hanno guardata stupite e stupiti, più da sé stessi che da me.

In effetti la risposta alla mia domanda l'avevano in pochissimi, ed era anche incerta: "Forse perché quelli famosi sono stati uomini?". La maggior parte diceva: "Non me ne sono nemmeno accorta", "interessante, grazie per avermelo fatto notare", "magari l'ho scelto perché rappresenta il pensiero comune".

Durante un'altra lezione, questa volta con le matricole di un corso a prevalenza femminile (nell'altro le donne erano circa il 50%), qualcuno/a ha dichiarato un'appartenenza non binaria (scegliere di non identificarsi come maschio o femmina) e nessuno ha mostrato stupore: con buona pace di quelli che fanno battaglie contro il gender che, come noto, è un'invenzione. Binarismo e non binarismo, tuttavia, non implicano da soli consapevolezza delle asimmetrie tra i generi femminile e maschile, né capacità di riflettere su quanto questa radicale disuguaglianza impatterà sulle loro future vite di adulti: anche di questo abbiamo discusso parlando di stereotipi, per scoprire insieme che l'ovvio (che donne e uomini devono avere pari opportunità) più che coincidere con il "già noto" (sappiamo parlare di binarismo perché siamo consapevoli delle discriminazioni di genere in atto) rischia di diventare, al contrario, l'invisibile e il rimosso.

Studentesse e studenti universitari sono infatti informati su molte delle libertà e dei diritti, anche perché all'università questi sono presenti e garantiti. Ma sulle asimmetrie tra i generi continua ad esserci il buio, perché da studentesse deve fare molta paura pensare che ti stai impegnando tanto per poi forse sparire, in un lavoro "piccolo", se ti va bene. E anche da studenti, che con le loro compagne di corso trascorrono anni di studio, lavori di gruppo, pranzi, amicizie, amori, considerando tutto questo come normale, non è facile pensare che poi no, non sarà così, quando lavoreranno.

Sì, perché le donne spariscono nel mondo del lavoro, anche se non sembra. Non c'erano prima, non ci sono adesso. Ci saranno poi? Sappiamo che la realizzazione delle pari opportunità si misura con la percentuale di donne che lavorano, per tutto il loro arco di vita. Perché il lavoro femminile è principio di benessere individuale e collettivo, espressione di sé e crescita del Pil, protezione contro la violenza di genere, e anche generatività. Ma perché questo si realizzi, la gender equity deve essere adottata da studenti, docenti, politici, manager, cittadini e cittadine come un paio di lenti attraverso cui guardare la realtà.

Una volta adottato, quello sguardo, è difficile perderlo. Però è necessario che qualcuno, prima, ti mostri l'invisibile. L'università può fare molto in questa direzione, anche e soprattutto in quei corsi di laurea in cui i processi cognitivi, i loro automatismi e i bias che ne derivano nella visione del mondo non sono disciplina di studio. Perché all'università c'è ancora apertura, desiderio, scoperta.

E per i giovani che all'università non andranno? Sappiamo infatti che in Italia la percentuale dei diplomati che proseguono gli studi è solo intorno al 67%, mentre tutti avrebbero diritto ad una formazione sulle disuguaglianze e su come agire per non riprodurle, nel corso della loro scolarizzazione. I dati ci dicono che meno del 50% delle donne italiane lavora, e per la maggior parte con lavori non continuativi, poco qualificati, mal retribuiti.

Dunque non è strano che, nella testa di chi sta ancora studiando, la rappresentazione di un lavoro qualificato, ben retribuito, continuativo coincida con quella di un uomo. È l'interiorizzazione di quel che ci circonda, della realtà per come si presenta. Su questo bisogna agire, da subito, se vogliamo parlare di futuro e realizzare innovazione.