Il significato di un'alleanza
di Andrea Bonanni , di Andrea BonanniDa che mondo è mondo, i trattati internazionali si firmano per tre motivi: per porre fine ad un conflitto, per sancire un'alleanza in vista di potenziali conflitti futuri, oppure per garantirsi contro un nemico comune. Il trattato tra Italia e Francia, che si firmerà al Quirinale, risponde a tutte e tre queste esigenze. E su tutti e tre i fronti potrebbe avere effetti benefici per i Paesi firmatari e per l'Europa, come è già accaduto con il trattato franco-tedesco dell'Eliseo.
Come la Francia e la Germania degli anni Sessanta, l'Italia e la Francia hanno spesso interessi nazionali divergenti, ma anche la consapevolezza che la persecuzione unilaterale e conflittuale di questi interessi fa male ad entrambi i Paesi e danneggia il raggiungimento di obiettivi comuni, che pure esistono e sono rilevanti. Nel passato, anche recente, i motivi di conflitto non sono mancati. C'è stata la Libia, dove Roma e Parigi sostenevano fazioni oppost…
Da che mondo è mondo, i trattati internazionali si firmano per tre motivi: per porre fine ad un conflitto, per sancire un'alleanza in vista di potenziali conflitti futuri, oppure per garantirsi contro un nemico comune. Il trattato tra Italia e Francia, che si firmerà al Quirinale, risponde a tutte e tre queste esigenze. E su tutti e tre i fronti potrebbe avere effetti benefici per i Paesi firmatari e per l'Europa, come è già accaduto con il trattato franco-tedesco dell'Eliseo.
Come la Francia e la Germania degli anni Sessanta, l'Italia e la Francia hanno spesso interessi nazionali divergenti, ma anche la consapevolezza che la persecuzione unilaterale e conflittuale di questi interessi fa male ad entrambi i Paesi e danneggia il raggiungimento di obiettivi comuni, che pure esistono e sono rilevanti. Nel passato, anche recente, i motivi di conflitto non sono mancati. C'è stata la Libia, dove Roma e Parigi sostenevano fazioni opposte. Ci sono state le rivalità sulle acquisizioni industriali strategiche, come il veto francese all'acquisto dei cantieri militari Stx da parte di Fincantieri o le polemiche attuali sulle offerte francesi per Oto Melara e sul ruolo di Vivendi nelle telecomunicazioni italiane. Ci sono state polemiche per l'asilo dato da Parigi ad ex terroristi italiani. C'è stata la pagina buia degli sgangherati attacchi del governo grillino-leghista e di Di Maio contro Macron, che spinse il governo francese a ritirare l'ambasciatore a Roma nel febbraio del 2019. Ci sono state incomprensioni e accuse reciproche sulle vicende dei migranti e dei rifugiati.
Il Trattato del Quirinale ha lo scopo di porre fine a tali conflitti e di prevenirne di nuovi. Se fosse stato firmato dieci anni fa, o anche solo nel 2017, quando Gentiloni e Macron ne discussero per la prima volta a Lione, molte di queste frizioni avrebbero potuto essere evitate.
Ma l'accordo italo-francese non ha solo un valore pacificatorio. Proprio come avvenne per il trattato franco-tedesco, ha anche il significato di una alleanza in vista delle battaglie che attendono i due Paesi nella Ue. L'Europa è alla vigilia di cambiamenti importanti e controversi, che vedono Francia e Italia sulla stessa sponda di fronte all'incognita di un nuovo governo tedesco le cui scelte future non sono ancora chiare. In campo economico c'è la riforma delle regole finanziarie e la necessità di decidere se rinnovare il Next Gen Eu, rendendo permanente la creazione di un debito pubblico europeo. Draghi e Macron hanno idee convergenti, ma il confronto con i falchi sarà duro e ancora non si sa quale sarà la posizione di Berlino, che ha affidato al rigorista Lindner il ministero delle Finanze.
Ancora più importante, i governi Ue dovranno prendere decisioni cruciali sull'autonomia strategica dell'Europa, sulla creazione di una vera difesa comune e di una politica estera sottratta alla regola dell'unanimità. Potrebbe essere il prossimo, rivoluzionario, salto di qualità dell'Unione. Anche qui, Macron e Draghi sono sulla stessa lunghezza d'onda. Ma le resistenze sono molte e non si sa quanto il nuovo governo del socialdemocratico Scholz, col ministero degli Esteri affidato alla verde Annalena Baerbock, sia disposto a rischiare in campo militare e diplomatico.
Intendiamoci, l'intesa italo-francese non potrà mai sostituire, né intende farlo, l'asse franco-tedesco che resta il cardine della politica europea. Ma spesso un'azione coordinata di Roma e Parigi può sbloccare le indecisioni di Berlino, come avvenne quando Monti e Hollande convinsero Merkel ad accettare lo scudo anti-spread nel 2012, che spianò la strada all'intervento di Draghi per salvare l'euro.
C'è infine una terza valenza "difensiva", ed eminentemente politica, nel Trattato del Quirinale. Nel campo dei valori, infatti, la resa dei conti con i sovranisti polacchi e ungheresi, alleati a quelli italiani e francesi, è ormai inevitabile. Macron dovrà misurarsi alle elezioni presidenziali di primavera con la Le Pen, amica di Orbán e nemica dell'Europa. Draghi gestisce una coalizioni in cui i populisti convertiti all'europeismo dell'ultima ora sono una maggioranza perennemente inquieta. Iscrivere in un Trattato bilaterale la comune scelta europeista e valoriale di Francia e Italia non offre una garanzia assoluta di continuità politica. Ma costituisce una piattaforma comune per affrontare con maggior determinazione la sfida esterna dei sovranisti anti-Ue e spiazzare i loro alleati interni sia a Roma sia a Parigi.