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Una scommessa per ripartire

Daniele Franco, ministro dell'Economia (ansa)
Le nuove aliquote fiscali
3 minuti di lettura

Il primo annuncio di un accordo sulla riforma fiscale fatto ieri dai partiti della maggioranza che si sono riuniti al tavolo del ministero dell'Economia suona come una mezza rivoluzione: si passa da cinque a quattro aliquote, sparisce quella del 41% e quella del 38 si riduce al 35%, con l'intento di alleggerire il peso fiscale sui redditi medi. È una decisione positiva, ma è bene chiarire subito che un giudizio definitivo sarà possibile solo se e quando saranno risolte almeno due diverse incognite.


È positivo, innanzitutto, che da una maggioranza così composita emerga un orientamento tutto sommato chiaro: il grosso delle risorse - sette miliardi di euro sugli otto disponibili - viene indirizzato a una politica di riduzione dell'imposta sulle persone fisiche, privilegiando in particolare i redditi medio-bassi, e lasciando solo un miliardo al calo dell'Irap.

 

Da questo punto di vista governo e maggioranza hanno fatto una scelt…

Il primo annuncio di un accordo sulla riforma fiscale fatto ieri dai partiti della maggioranza che si sono riuniti al tavolo del ministero dell'Economia suona come una mezza rivoluzione: si passa da cinque a quattro aliquote, sparisce quella del 41% e quella del 38 si riduce al 35%, con l'intento di alleggerire il peso fiscale sui redditi medi. È una decisione positiva, ma è bene chiarire subito che un giudizio definitivo sarà possibile solo se e quando saranno risolte almeno due diverse incognite.


È positivo, innanzitutto, che da una maggioranza così composita emerga un orientamento tutto sommato chiaro: il grosso delle risorse - sette miliardi di euro sugli otto disponibili - viene indirizzato a una politica di riduzione dell'imposta sulle persone fisiche, privilegiando in particolare i redditi medio-bassi, e lasciando solo un miliardo al calo dell'Irap.

 

Da questo punto di vista governo e maggioranza hanno fatto una scelta netta. Ovvio che la Confindustria adesso tuoni, affermando che quei soldi sarebbero stati meglio impiegati proprio per ridurre in modo più sensibile l'Irap e che le nuove aliquote si tradurranno in molti casi in pochi spiccioli guadagnati dal contribuente; meno ovvio che da parte dei sindacati arrivino critiche speculari a quelle degli industriali, accusando il governo di non aver fatto abbastanza per i redditi. Gli appelli sindacali sembrano in verità più un riflesso pavloviano di chi esige di essere chiamata al tavolo negoziale che non una reale contestazione sul merito, visto che un risultato di 7 miliardi a 1 appare già una soddisfacente goleada nella partita degli interessi contrapposti.


In quanto alle reazioni del mondo politico, generalmente entusiastiche, ci si può domandare se tanto unanimismo non sia il segno che le scelte fatte sono poco incisive. La verità, probabilmente, è che alcuni partiti - la Lega in primis - sono costretti a fare buon viso a un gioco che non favorisce abbastanza sul fronte dell'Irap una parte del proprio elettorato, fatto anche di piccoli imprenditori, e cancella fantasiose ipotesi di flat tax. Del resto nessuno può essere oggi così stolto, dentro e fuori lo schieramento di maggioranza, da attaccare l'intenzione (per ora, ricordiamolo, siamo solo a un pur autorevole accordo politico) di ridurre di sette miliardi il peso delle tasse sui contribuenti.

 

Sul merito della decisione che tanto irrita oggi gli industriali si può pensare che oggi si allineino due interessi. Il primo è quello della maggioranza a distribuire immediatamente a una platea vasta il "dividendo" degli otto miliardi che si possono utilizzare per la riduzione delle tasse, contando su un ritorno in termini elettorali di questa scelta.
Inoltre può esserci un secondo interesse, condiviso dai partiti e dalla componente tecnica del governo, più legato a ragioni macroeconomiche: le previsioni sul Pil mostrano, come tutti sappiamo, una ripresa che nel 2021 dovrebbe superare il 6% e che vede l'industria protagonista, specie grazie all'export. Sul fronte della domanda interna, alimentata anche dalla spesa delle famiglie, i segnali di ripresa sono più timidi e potrebbero affievolirsi ancora: sia per il perdurare della pandemia, sia per un rialzo dell'inflazione che per quanto temporaneo si rifletterà presto, ad esempio, nelle bollette per l'energia consumata questo inverno. Da questo punto di vista ogni spinta al reddito disponibile delle famiglie può essere utile, specie se - come recita il "credo" della politica economica di Draghi - il debito pesantissimo che dovremo ripagare nei prossimi anni sarà ammortizzato solo da una robusta crescita del Pil che ne riduca il peso relativo.

 

Il passaggio da cinque a quattro aliquote che si è stabilito al tavolo, poi, apre la strada a una ulteriore semplificazione che dovrebbe portare a una struttura con tre sole aliquote e sulla quale c'è un consenso generale. Ma proprio qui si inciampa nelle due incognite, le due caselle per ora vuote che andranno riempite per poter dare un giudizio complessivo e realistico dell'operazione sulle tasse.


La prima incognita è quella delle cosiddette tax expenditures, le detrazioni fiscali che oggi pesano per oltre il 50% sugli effetti redistributivi dell'Irpef. Proprio da come verranno ridisegnate o cancellate queste voci dipenderà quindi il risultato effettivo di una riforma che punta a semplificare ed alleggerire il carico fiscale sui ceti medi.


La seconda incognita riguarda la base imponibile, ossia la quantità e in una certa misura anche la qualità dei redditi che sono soggetti a tassazione. Al di là della questione evidentissima dell'evasione fiscale, che getta sempre una luce surreale sulla lettura dei dati Irpef - nel 2019 solo il 4% dei contribuenti ha dichiarato oltre 70 mila euro lordi e quel 4% ha pagato circa il 30% dell'imposta totale - nel corso degli anni molte voci di reddito, dalle rendite finanziarie agli affitti di case, si sono viste riservare trattamenti più leggeri anche rispetto alla prima e più bassa aliquota dell'Irpef. Una semplificazione sarà più completa, e i suoi risultati più rispondenti alla realtà dei redditi percepiti, se si uniformerà la tassazione su un numero maggiore di voci. Per farlo però ci vorrà quel coraggio che il governo non ha per esempio avuto sul tema delle rendite catastali.