Dietro l'equilibrio delle impotenze
di Stefano Folli , di Stefano FolliMan mano che si avvicina il giorno di gennaio in cui il Parlamento sarà convocato in seduta congiunta per eleggere il capo dello Stato, emergono i contorni reali della partita che già si sta giocando. Esiste l'emergenza sanitaria e quella economico-sociale, non c'è dubbio, entrambe armi improprie oppure scudi usati dalle forze politiche. Le quali, a sinistra come a destra, stanno ormai realizzando di essere troppo deboli per gestire come in passato l'elezione del presidente della Repubblica, soprattutto quando essa s'intreccia in modo quasi indissolubile con le prospettive della maggioranza che sostiene il governo Draghi.
Ne deriva che ha preso corpo già da qualche tempo, benché molti abbiamo faticato a riconoscerla, una spinta verso la stabilità. Come dire: tocchiamo il meno possibile i tasselli che compongono il precario quadro generale, rinviamo nel tempo le scelte che oggi sono troppo difficili, visto che nessuno ha la for…
Man mano che si avvicina il giorno di gennaio in cui il Parlamento sarà convocato in seduta congiunta per eleggere il capo dello Stato, emergono i contorni reali della partita che già si sta giocando. Esiste l'emergenza sanitaria e quella economico-sociale, non c'è dubbio, entrambe armi improprie oppure scudi usati dalle forze politiche. Le quali, a sinistra come a destra, stanno ormai realizzando di essere troppo deboli per gestire come in passato l'elezione del presidente della Repubblica, soprattutto quando essa s'intreccia in modo quasi indissolubile con le prospettive della maggioranza che sostiene il governo Draghi.
Ne deriva che ha preso corpo già da qualche tempo, benché molti abbiamo faticato a riconoscerla, una spinta verso la stabilità. Come dire: tocchiamo il meno possibile i tasselli che compongono il precario quadro generale, rinviamo nel tempo le scelte che oggi sono troppo difficili, visto che nessuno ha la forza per imporre una soluzione fondata su un largo consenso. S'intende, è ancora presto. Manca pur sempre un mese e mezzo e forse più alla fatidica seduta comune di Camera e Senato: c'è tempo per trovare qualche soluzione. Tuttavia al momento navighiamo in una specie di equilibrio delle impotenze non privo di paradossi. Uno soprattutto: Mario Draghi, la figura più autorevole sul piano istituzionale di cui l'Italia dispone, è stato a lungo raccontato nel dibattito pubblico come il predestinato a succedere a Mattarella. Adesso tuttavia i partiti si accorgono che Draghi è l'unico in grado di reggere le redini di questo governo, fondato su una parvenza di semi-unità nazionale.
E c'è dell'altro. Draghi è il prodotto della politica debole e del fallimento sostanziale dei due governi, con maggioranze diverse, che si sono succeduti nella legislatura. È una sorta di commissario che agisce con ovvia prudenza. Dal punto di vista delle forze politiche, accettare la tutela cui sono sottoposte è scomodo e tuttavia è il male minore rispetto all'eventualità di mandare lo stesso Draghi al Quirinale, dove eserciterebbe i poteri di "tutore" per sette anni. E lo farebbe, va detto, con impegno personale, senza però che il quadro costituzionale gliene fornisca tutti i mezzi. Non a caso si accenna - magari auspicandolo - a un "semi presidenzialismo di fatto" che dovrebbe consentire al capo dello Stato di controllare e guidare il governo. Ma si tratta di un palliativo poco convincente, con il rischio anzi di pericolosi conflitti costituzionali.
In altre parole, servirebbero partiti più solidi e consapevoli per eleggere Draghi senza lo spettacolo poco dignitoso dei franchi tiratori scatenati. Invece il sistema è sfilacciato come non mai, il che lascia affiorare la tentazione di tornare a votare prima possibile. Sia nel centrodestra (inteso come Salvini e Meloni, certo non Berlusconi) sia lungo l'asse Pd-Conte, il desiderio segreto si respira nell'aria. Anticipo delle elezioni vorrebbe dire per il Pd sfruttare il momento positivo e tamponare la deriva dei 5S; per il centrodestra tradurre in seggi le cifre dei sondaggi, in apparenza ancora buone benché non più come l'anno scorso. Ecco come l'affanno di una legislatura esausta s'intreccia con il Quirinale. Può accadere di tutto nel buio dell'urna. Il colmo sarebbe che, invece di aggrapparsi alla stabilità come a un'ancora di salvezza, i protagonisti dello psicodramma riuscissero a perdere Draghi sia come capo dello Stato sia come premier.