Morti sul lavoro, il fattore prevenzione
di Chiara Saraceno , di Chiara SaracenoSi continua a morire di lavoro e sul lavoro, con una media di oltre tre morti al giorno, nelle fabbriche, nei campi e nelle serre, nei cantieri edili, nei magazzini, in mare, sui mezzi di trasporto, nelle strutture ospedaliere, per strada. Muoiono donne e uomini, giovani e persone in età matura, autoctoni e stranieri, anche se tutti per lo più accomunati, al netto delle vittime per Covid 19 (che per alcune professioni è considerato, giustamente, dall'Inail una possibile morte sul lavoro nel caso della sanità e delle occupazioni a contatto con il pubblico), dall'avere occupazioni manuali, spesso ma non sempre, a bassa qualifica.
I morti sul lavoro erano già aumentati lo scorso anno e sono cresciuti ulteriormente quest'anno: sia la riduzione dell'occupazione sia la sua ripresa stanno richiedendo un sacrificio umano intollerabile, che va di pari passo con la precarietà dei contratti, il mancato o insufficiente investimento da par…
Si continua a morire di lavoro e sul lavoro, con una media di oltre tre morti al giorno, nelle fabbriche, nei campi e nelle serre, nei cantieri edili, nei magazzini, in mare, sui mezzi di trasporto, nelle strutture ospedaliere, per strada. Muoiono donne e uomini, giovani e persone in età matura, autoctoni e stranieri, anche se tutti per lo più accomunati, al netto delle vittime per Covid 19 (che per alcune professioni è considerato, giustamente, dall'Inail una possibile morte sul lavoro nel caso della sanità e delle occupazioni a contatto con il pubblico), dall'avere occupazioni manuali, spesso ma non sempre, a bassa qualifica.
I morti sul lavoro erano già aumentati lo scorso anno e sono cresciuti ulteriormente quest'anno: sia la riduzione dell'occupazione sia la sua ripresa stanno richiedendo un sacrificio umano intollerabile, che va di pari passo con la precarietà dei contratti, il mancato o insufficiente investimento da parte delle aziende sul capitale umano, il timore di perdere il lavoro, o le commesse, o entrambi, una cultura del lavoro e imprenditoriale in cui la fretta, il "tagliare gli angoli", ridurre i "tempi morti", troppo spesso prevale sulla sicurezza, in una forma vuoi di ricatto vuoi di sfida, anche talvolta interiorizzata e fatta propria dalle stesse potenziali vittime. Per questo, tra i morti sul lavoro troviamo spesso fianco a fianco piccoli imprenditori e operai, coltivatori diretti e braccianti.
Si aggiunga che le cifre dell'Inail includono solo i morti sul lavoro "ufficiali", quelli che avevano un contratto di lavoro regolare, anche quando precario, ed erano coperti dall'assicurazione. Restano fuori non solo lavoratori e lavoratrici in nero, stranieri senza permesso di soggiorno, ma anche appartenenti a categorie non coperte dall'Inail e per le quali le informazioni sono frammentarie, quando non inesistenti: forze di polizia e forze armate, vigili del fuoco, liberi professionisti indipendenti, consulenti del lavoro e periti industriali, commercianti titolari di imprese individuali, alcune partite Iva, giornalisti, dirigenti e impiegati del settore agricolo, amministratori locali, parte del personale di volo, volontari della protezione civile e infermiere volontarie della Croce rossa. Quindi il conto è sicuramente più alto.
Aumentare le pene è forse necessario, ma sicuramente non sufficiente. Per impedire che la mancata osservanza delle norme di sicurezza continui a uccidere occorre aumentare l'attività di prevenzione. Ciò significa aumentare i controlli, non solo da parte dell'ispettorato del lavoro, ma anche delle Asl.
E anche i sindacati devono fare la loro parte là dove sono presenti, denunciando le condizioni dove la sicurezza è violata per mancanza di strumenti o per la loro sospensione, come in troppi casi avviene. Ma i sindacati, così come le associazioni imprenditoriali, devono anche fare opera sistematica di formazione alla prevenzione presso i propri iscritti e in generale presso i lavoratori da un lato, i datori di lavoro dall'altro. Non basta nominare un responsabile della sicurezza, là dove c'è (e spesso si riduce ad una carica puramente nominalistica, senza particolari competenze e tantomeno poteri di controllo e intervento).
Occorre un'azione capillare, anche a livello culturale, che si opponga all'idea del lavorare a tutti i costi e in tutte le condizioni, in sprezzo del rischio e del valore della vita umana, anche di quella del lavoratore o della lavoratrice più precaria e perciò più ricattabile. Occorre più formazione insieme tecnica e culturale per tutti, lavoratrici/lavoratori e datori di lavoro, che riconosca dignità al lavoro e prima ancora a chi lo fa.