Un disegno di legge costituzionale il cui testo in queste ore viene depositato al Senato può determinare esiti che nemmeno i suoi proponenti, Zanda e Parrini, hanno messo nel conto. Si tratta di correggere la Costituzione per abolire il cosiddetto “semestre bianco”, il periodo finale del settennato in cui i poteri del capo dello Stato sono fortemente limitati dal divieto di sciogliere le Camere. È un’innovazione non da poco: se ne parla da vari lustri, ma forse è la prima volta che la norma è vicina a essere introdotta, in vista di rendere l’istituto della presidenza più in sintonia con i tempi.
È chiaro infatti che oggi appare poco verosimile l’immagine di un capo dello Stato dedito a tramare nell’ombra per garantirsi la rielezione grazie al favore di un Parlamento amico, eletto attraverso la forzatura prodotta da un voto anticipato.
In ogni caso il corollario inevitabile della proposta Zanda-Parrini &egrav…
Un disegno di legge costituzionale il cui testo in queste ore viene depositato al Senato può determinare esiti che nemmeno i suoi proponenti, Zanda e Parrini, hanno messo nel conto. Si tratta di correggere la Costituzione per abolire il cosiddetto “semestre bianco”, il periodo finale del settennato in cui i poteri del capo dello Stato sono fortemente limitati dal divieto di sciogliere le Camere. È un’innovazione non da poco: se ne parla da vari lustri, ma forse è la prima volta che la norma è vicina a essere introdotta, in vista di rendere l’istituto della presidenza più in sintonia con i tempi.
È chiaro infatti che oggi appare poco verosimile l’immagine di un capo dello Stato dedito a tramare nell’ombra per garantirsi la rielezione grazie al favore di un Parlamento amico, eletto attraverso la forzatura prodotta da un voto anticipato.
In ogni caso il corollario inevitabile della proposta Zanda-Parrini è appunto l’impossibilità per il presidente della Repubblica di essere rieletto. Quattordici anni configurano una specie di monarchia, ha più volte ripetuto Mattarella per spiegare la contrarietà al rinnovo del mandato.
In poche parole: niente più semestre bianco, niente rielezione.
Il ritocco costituzionale è rilevante e, se si andrà a votare alla scadenza del 2023, i tempi per approvarlo attraverso le canoniche quattro letture ci sarebbero. Peraltro non è un tema su cui i partiti hanno interesse a dividersi e ormai la riforma sembra matura. Qui tuttavia nasce una questione di opportunità.
Tra gennaio e febbraio verrà eletto un presidente della Repubblica in un quadro costituzionale suscettibile di essere modificato entro qualche mese dalla norma che abolisce il semestre bianco.
Non solo: sappiamo che il voto del 2023, o addirittura prima in caso di anticipo, eleggerà un Parlamento diverso, dimagrito di circa un terzo tra deputati e senatori, in base a un’altra riforma costituzionale approvata su impulso dei Cinque Stelle e della loro iniziale filosofia anti-politica, oggi parecchio affievolita.
Ciò significa che a fine gennaio due Camere, che si avviano a essere profondamente modificate nella loro struttura, eleggeranno un presidente della Repubblica destinato a convivere di lì a poco con un Parlamento trasformato sul piano costituzionale. E quel presidente potrebbe trovarsi ad accogliere entro la fine dell’attuale legislatura la riforma che abolisce il semestre bianco.
Non esistono dubbi, è chiaro, sulla legittimità della prossima elezione del capo dello Stato. Tuttavia esistono forse ragioni di opportunità da considerare.
Il settennato che comincerà all’inizio di febbraio dovrà scontare non una, ma probabilmente due riforme costituzionali. Una, già in essere, che riguarda il Parlamento. Un’altra, assai verosimile, che modifica i poteri presidenziali ed esclude in modo tassativo la possibilità di un secondo mandato. Finora Mattarella ha sempre chiarito di non essere disponibile alla rielezione. Peraltro le forze parlamentari riunite in seduta comune dovranno valutare l’ingorgo costituzionale, chiamiamolo così, che si sta creando.
Si va a eleggere un presidente per sette anni o un presidente che potrebbe giudicare opportuno, dopo le elezioni del ‘23, prendere atto che la Costituzione è stata modificata proprio nel rapporto tra il Quirinale e il Parlamento?
Nessuno ha una risposta definitiva a questa domanda e di sicuro i partiti al momento non se la pongono. Ma forse il problema è sul tavolo.