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Dopo le dimissioni di massa

Andrea Orlando, ministro del Lavoro e delle Politiche sociali (ansa)
Come il Covid cambia la scala di valori
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Il dato è davvero sorprendente: nel corso dei mesi di aprile, maggio e giugno 485mila italiani hanno dato le dimissioni volontarie dal posto di lavoro. Ancora: secondo uno studio di Bankitalia, nei primi dieci mesi dell'anno in corso, si sono registrate 777.000 cessazioni volontarie di rapporti di lavoro a tempo indeterminato (più 40.000 rispetto alla fase pre-Covid): in particolare nel Centro Nord e nel comparto industriale. E, secondo la Cisl, nei primi nove mesi del 2021, a Bergamo, il numero di interruzioni dei soli contratti a tempo indeterminato è aumentato del 25% rispetto al 2020. Per altro, negli Stati Uniti, nel mese di agosto, 4 milioni e 300mila lavoratori hanno rinunciato all'impiego. E fenomeni analoghi si verificano in molti altri Paesi. Si chiama Big Quit o Great Resignation, in italiano Grande Dimissione (ne ha scritto su questo giornale Marco Bentivogli). E corrisponde al fatto che un numero crescente di persone, per le più diverse…

Il dato è davvero sorprendente: nel corso dei mesi di aprile, maggio e giugno 485mila italiani hanno dato le dimissioni volontarie dal posto di lavoro. Ancora: secondo uno studio di Bankitalia, nei primi dieci mesi dell'anno in corso, si sono registrate 777.000 cessazioni volontarie di rapporti di lavoro a tempo indeterminato (più 40.000 rispetto alla fase pre-Covid): in particolare nel Centro Nord e nel comparto industriale. E, secondo la Cisl, nei primi nove mesi del 2021, a Bergamo, il numero di interruzioni dei soli contratti a tempo indeterminato è aumentato del 25% rispetto al 2020. Per altro, negli Stati Uniti, nel mese di agosto, 4 milioni e 300mila lavoratori hanno rinunciato all'impiego. E fenomeni analoghi si verificano in molti altri Paesi. Si chiama Big Quit o Great Resignation, in italiano Grande Dimissione (ne ha scritto su questo giornale Marco Bentivogli). E corrisponde al fatto che un numero crescente di persone, per le più diverse ragioni, decide di abbandonare l'attuale occupazione prima ancora di disporre di un'alternativa.


Sia chiaro, sono dati che vanno manovrati con la massima prudenza. E va subito ricordato, a esempio, che il mercato del lavoro Usa e quello italiano hanno connotati estremamente diversi e non comparabili: e, di conseguenza, assai differenti possono essere le motivazioni della rinuncia. E anche la spiegazione più immediata, legata agli effetti della pandemia, è tutt'altro che esauriente, dal momento che il fenomeno in questione precede la diffusione del Covid. Ma resta il fatto che la concomitanza e la costante crescita di tali dinamiche segnalano mutamenti profondi nel sistema delle motivazioni al lavoro.


Opportunamente Francesca Coin sottolinea come il dato italiano sia tanto più significativo in quanto quelle centinaia di migliaia di persone si dimettono pur "sapendo che lì fuori c'è una disoccupazione giovanile del 29,8 per cento e 2,3 milioni di disoccupati". (L'Essenziale, n.2). L'ipotesi è che in Italia, pesino in particolare, per un verso, l'arretratezza di molti segmenti del mercato del lavoro e della sua legislazione e, per l'altro, le ragioni soggettive proprie di una nuova concezione del rapporto tra tempo di vita e tempo di lavoro e tra realizzazione della personalità e capacità professionale. Ossia una combinazione di cause antiche (pessima qualità del lavoro e bassi salari) e trasformazioni culturali (dequalificazione e perdita di senso di molte attività).
Resto convinto, tuttavia, che l'influenza della pandemia sulle nostre vite e sulle nostre menti sia sottovalutata anche nel considerare il processo della Grande Dimissione. Si trascura, cioè, quanto il virus abbia inciso in profondità sui comportamenti e sulle strutture psichiche; e come, di conseguenza, abbia condizionato il rapporto tra gli individui e il lavoro, determinando nuovi atteggiamenti, strategie di adattamento "opportunistico", processi di insofferenza selettiva, fino alla rinuncia. Perché questo è il punto: le conseguenze concrete e materiali del Covid si intrecciano a quelle psicologiche.


Le restrizioni dei movimenti e i limiti alle relazioni coincidono, nella vita quotidiana, con un crescente affaticamento e una sovrapposizione di funzioni. Basti pensare alle esistenze di tante donne chiamate a un sovraccarico congestionato di ruoli (madre, lavoratrice, supplente e insegnante di sostegno nella scuola della didattica a distanza), ma, in realtà, il discorso riguarda tutti. Eppure, lo stress fisico e psichico è solo uno dei fattori di un più generale smarrimento, la cui prima causa consiste in un rapporto del tutto nuovo con le questioni di vita/morte.
Per le generazioni nate dopo la seconda guerra mondiale, con la sola parziale eccezione della fase del terrorismo, la vita fisica è stata soggetta finora solo alla minaccia di cause naturali di decesso o di incidenti e di altri eventi non prevedibili. La pandemia costituisce il primo incontrollabile attentato alla incolumità di ciascuno di noi. E, pur rimanendo evento minoritario (140mila morti su una popolazione di meno di 60 milioni) porta con sé un carico di angoscia come mai negli ultimi settantacinque anni.


Le bare di Bergamo sui camion militari, i familiari irraggiungibili nelle Rsa, l'ansia per il possibile contagio, la "reclusione domestica", il sospetto verso il non vaccinato: sono altrettante manifestazioni di una crisi acuta dei fondamenti della propria stabilità. Ne consegue l'incertezza per i valori o, più semplicemente, per le sicurezze sulle quali si fondava la propria vita individuale e sociale. È come se questa si fosse accorciata. E la sensazione, pur fantasmatica, della brevità del tempo che ci aspetta induce a chiedersi: ne vale la pena? Tanto più se quel lavoro, del cui senso si dubita, ci appare improvvisamente in tutta la sua povertà e pericolosità (leggete le storie degli omicidi bianchi pubblicate martedì da Repubblica): ripetitivo, spesso nocivo e sottoposto a ritmi intollerabili, pagato male e, in definitiva, causa di alienazione. Proprio nell'accezione originaria - marxiana! - del termine. Ovvero, quel processo che fa del lavoratore un'appendice di ciò che egli stesso produce.