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Scuola e Dad, non infrangiamo quel patto con i nostri figli

(ansa)

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Si è rotto qualcosa, tra noi e loro. Li abbiamo protetti, li abbiamo istruiti, li abbiamo trasformati in epidemiologi in erba. Li abbiamo visti languire davanti agli schermi nelle loro stanze. Abbiamo chiesto pazienza, fiducia. Ci hanno ascoltato, hanno persino perdonato i nostri errori
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"La scuola è finita". Era febbraio del 2020, l'alba della pandemia. Eravamo ingenui, spacconi, ignari, ottusamente lievi nella nostra inconsapevolezza. Ma lui, con aria grave, era stato lapidario. Lui sapeva già. Aveva sedici anni e aveva previsto tutto. Mio figlio maggiore, con la saggezza disincantata degli adolescenti, aveva capito prima di noi che in classe nessuno sarebbe più tornato fino a giugno. Da allora, quando apre bocca per vaticinare di pandemia, lo temo perché la sua lucidità è implacabile e indovina.

Oggi è maggiorenne ed è furioso. "Si stanno rimangiando tutto". Avevano promesso che gli studenti non sarebbero più tornati in Dad, avevano chiesto loro di fare lezione con le finestre aperte al freddo, di entrare a scuola prestissimo e poi tardissimo, di avere pazienza. E adesso?

Adesso una circolare ministeriale stabilisce che basta un solo contagiato in classe, non più tre, pe…

"La scuola è finita". Era febbraio del 2020, l'alba della pandemia. Eravamo ingenui, spacconi, ignari, ottusamente lievi nella nostra inconsapevolezza. Ma lui, con aria grave, era stato lapidario. Lui sapeva già. Aveva sedici anni e aveva previsto tutto. Mio figlio maggiore, con la saggezza disincantata degli adolescenti, aveva capito prima di noi che in classe nessuno sarebbe più tornato fino a giugno. Da allora, quando apre bocca per vaticinare di pandemia, lo temo perché la sua lucidità è implacabile e indovina.

Oggi è maggiorenne ed è furioso. "Si stanno rimangiando tutto". Avevano promesso che gli studenti non sarebbero più tornati in Dad, avevano chiesto loro di fare lezione con le finestre aperte al freddo, di entrare a scuola prestissimo e poi tardissimo, di avere pazienza. E adesso?

Adesso una circolare ministeriale stabilisce che basta un solo contagiato in classe, non più tre, per tornare a quella pratica domestica e abbrutente che è la didattica a distanza. Il governo tuttavia ha poi garantito che la scuola in presenza è una priorità assoluta.

Lui cova il livore di chi è stato tradito, ancora. Io indosso il cappello istituzionale. Essere adulti impone razionalità, cura per il bene pubblico oltre che della prole riottosa. Il ministro dell'Istruzione Bianchi ha chiesto "un gesto di responsabilità da parte di tutti". Sogno il giorno in cui potremo essere di nuovo scapestrati senza venir meno ai nostri doveri civili e sanitari.

C'è la variante Omicron, i contagi aumentano, alcune regioni, tra cui la nostra, rischiano di passare in zona gialla. È giusto essere prudenti. Ricordo a mio figlio dove eravamo l'anno scorso a quest'epoca. Tento di riportarlo alla ragione con i fatti e i progressi. E le vaccinazioni? Chiede lui. Già. Nel frattempo ci siamo vaccinati. E si sono vaccinati anche loro, nonostante i timori, i dubbi, l'analisi dei costi e dei benefici. Lo hanno fatto con entusiasmo, sotto i nostri sguardi incoraggianti e perplessi. Lo hanno fatto con generosità, sapendo che, più che per la loro salute, era per la nostra, per quella delle loro nonne e dei loro nonni, per una forza maggiore che imponeva altruismo, per riappropriarsi della vita che gli è stata tolta.

"Noi ci siamo vaccinati e loro non sono stati nemmeno capaci di restituirci la scuola. Ma va bene così, chi se ne importa". Mi dice che lui e i suoi coetanei sono rassegnati e apatici. Lo vorrei sulle barricate a lottare per una causa, anche sbagliata, purché lo accenda.

E invece si è rotto qualcosa, tra noi e loro. Li abbiamo protetti, li abbiamo istruiti, li abbiamo trasformati in epidemiologi, infettivologi, virologi in erba. Li abbiamo visti languire davanti agli schermi nelle loro stanze sature di afrori adolescenti. Abbiamo chiesto pazienza, fiducia. Ci siamo denudati di fronte a loro, rivelandoci impreparati e incompetenti. Ci hanno ascoltato, ci hanno seguito, hanno persino perdonato i nostri errori.

Ogni epoca richiede un patto tra generazioni. In tempo di pandemia quel patto è più stringente e gravoso, necessita lealtà e abnegazione. Rispettarlo è un imperativo. Tradirlo un'ignominia. "Non è colpa nostra. È il virus" balbetto. Mi guarda condiscendente. Non mi crede più. Come dargli torto? Faccio fatica anche io.

Mio figlio minore non ha ancora dodici anni. È già stato informato da uno dei due fratelli maggiori, forse il virologo, forse l'infettivologo, che dal 23 dicembre potrà vaccinarsi. "Hai già prenotato, mamma?". Scalpita. Immunizzarsi per lui è sinonimo di libertà, di responsabilità, di ritorno alla normalità (chissà se si ricorda poi della normalità). Scricchiolo e lui lo sente. "Sbrigati!". Il patto resiste. Non tradiamolo.

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