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Appello agli amici russi

Agosto 1991, carri armati dell'esercito sovietico parcheggiati nella Piazza Rossa di Mosca dopo un colpo di stato contro il presidente sovietico Mikhail Gorbaciov 

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Il trentesimo anniversario dalla fine dell’Unione Sovietica
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Cari vicini europei,
cari cittadini della Federazione Russa,
cari amici, sogniamo, sì, sogniamo insieme.

Trent’anni dopo il tracollo dell’Unione Sovietica, trentadue anni dopo le rivoluzioni dell’Europa centrale, e anche, ahimè, in un momento in cui le vostre libertà continuano a regredire, sogniamo il giorno in cui la vostra Federazione e la nostra Unione troveranno le vie di un’intesa e di una cooperazione di cui l’Europa e il mondo hanno un gran bisogno.

Sogniamo il giorno in cui non ci sarà più spazio, fra di noi, per la diffidenza e la paura, dove non ci sarà più nessun muro che possa venire a sostituire quello della Guerra Fredda, dove più nessuno dei Paesi usciti dall’orbita sovietica dovrà temere una nostalgia imperiale della Russia, dove nessun russo potrà più credere che la forza di attrazione dell’Unione Europea minacci la sua nazione portando l’All…

Cari vicini europei,
cari cittadini della Federazione Russa,
cari amici, sogniamo, sì, sogniamo insieme.

Trent’anni dopo il tracollo dell’Unione Sovietica, trentadue anni dopo le rivoluzioni dell’Europa centrale, e anche, ahimè, in un momento in cui le vostre libertà continuano a regredire, sogniamo il giorno in cui la vostra Federazione e la nostra Unione troveranno le vie di un’intesa e di una cooperazione di cui l’Europa e il mondo hanno un gran bisogno.

Sogniamo il giorno in cui non ci sarà più spazio, fra di noi, per la diffidenza e la paura, dove non ci sarà più nessun muro che possa venire a sostituire quello della Guerra Fredda, dove più nessuno dei Paesi usciti dall’orbita sovietica dovrà temere una nostalgia imperiale della Russia, dove nessun russo potrà più credere che la forza di attrazione dell’Unione Europea minacci la sua nazione portando l’Alleanza atlantica più vicina alle frontiere.

Sogniamo il giorno in cui la fine dell’affrontamento fra Est e Ovest non sarà più vista da nessuno come una vittoria o una sconfitta, ma come la possibilità di tempi nuovi, l’inizio di una nuova era di democrazia e di prosperità continentale altrettanto promettente, per tutti noi, di quella che hanno rappresentato, per noi, la nascita e i primi passi dell’Unione.

Sogniamo il giorno in cui potremo sommare le nostre ricchezze intellettuali, naturali e scientifiche per affermare l’Europa, la sua cultura e la sua civiltà, contribuire allo sviluppo e alla democrazia di tutto il nostro continente, e in tal modo anche delle altre rive del Mediterraneo, per poter costituire un giorno quell’insieme tra Europa, Africa e Medio Oriente che Roma aveva tratteggiato e di cui nessuna vicissitudine della storia è mai riuscita a cancellare le tracce.

Sì, sogniamo il momento in cui i ponti scavalcheranno i muri dimenticati, sogniamolo perché non è affatto impossibile.

Da San Pietroburgo a Lisbona, da Parigi e Mosca a Vilnius, Berlino o Varsavia, i nostri ceti medi e i nostri giovani condividono gli stessi stili di vita, gli stessi gusti e la stessa sete di libertà. Se si prende l’insieme delle generazioni e dei contesti storici, non è verso l’Asia che si rivolgono i vostri sguardi, ma verso quella parte del nostro continente comune che l’Unione Europea ha enormemente arricchito unendolo.

Europei lo siamo tutti, perché, nel bene o nel male, dalla conversione di Vladimir I nel X secolo all’invenzione dei gulag e del terrore di massa documentata in modo così scrupoloso da Memorial, dall’abominio che fu il patto Molotov-Ribbentrop alla prima battuta d’arresto inflitta al nazismo con l’eroica battaglia di Stalingrado, la Russia ha sempre figurato fra le potenze europee più importanti.

Europei lo siamo da Brest a Vladivostok, perché Tolstoj e Dostoevskij, Cechov e Bulgakov appartengono al nostro patrimonio comune, a quel pantheon della letteratura mondiale dove troneggiano in mezzo a Shakespeare, Victor Hugo, Dante, Kafka o Cervantes.

Europei lo siamo tutti perché voi e noi attingiamo la nostra cultura comune dalla filosofia greca, dal diritto romano, dall’Antico e dal Nuovo Testamento, dall’Illuminismo e dalla democrazia di Atene e di Roma reinventata dalle rivoluzioni inglese e francese.

Europea la vostra storia lo è integralmente, perché i più illuminati dei vostri zar si erano rivolti verso la Francia, la Germania e l’Italia quando avevano voluto aprire la Russia al mondo, perché la rivoluzione del 1905, la rivoluzione di febbraio del 1917 e il grande risveglio che è stata la perestrojka attingevano agli ideali del 1789 e del 1848 e perché il vostro impero si è sgretolato nello stesso secolo, il XX, in cui si sono sgretolati gli imperi ottomano, austriaco, francese, britannico, olandese e portoghese.

Come tutte le altre antiche potenze imperiali, vi siete divisi allora fra chi applaudiva l’indipendenza recuperata da tanti popoli e chi vedeva in quel disfacimento un arretramento storico di cui soffriva troppo per ammetterlo.

Anche questa lacerazione ci accomuna. Da voi come da noi, ha pesato sul nostro scacchiere e sulla nostra vita politica. Da voi continua a pesare, perché in Russia questo sconvolgimento è vecchio solo di trent’anni, ma siete sempre meno numerosi e sono rari tra voi, al di sotto dei quarant’anni di età, quelli che pensano che l’Ucraina o la Georgia debbano essere riconquistate.

Vi state rendendo conto, come noi, che quando si cerca di privare gli altri della libertà si finisce per privare della libertà se stessi, e che una comunità di cultura, un’eredità comune e la perennità di scambi economici fondati su complementarità storiche e non più imposte sono infinitamente preferibili all’ingiustizia e alla fragilità degli imperi.

L’India e la Gran Bretagna non sono più in conflitto, così come non lo sono l’Austria e l’Ungheria. E nemmeno la Francia con il Maghreb o l’Indocina, e la Turchia era meglio ispirata quando ambiva a un commonwealth industriale che quando compie incursioni militari in acque e lungo coste che non riuscirà più a dominare.

Lo stato delle nostre relazioni attuali ci rattrista, questo è certo. Fra noi le tensioni sono numerose e profonde, ma un giorno vicino, molto vicino, le vostre nuove generazioni troveranno la via dell’armonia con i vostri vecchi possedimenti divenuti indipendenti. Quel giorno verrà, ne siamo certi, e sarà con voi, con quella nuova Russia sicura di sé e democratica, serena e libera perché in pace con i suoi vicini più prossimi, che costruiremo un continente di scambi, di libertà e di stabilità.

Ve lo diciamo perché sentiamo la libertà fremere nei vostri cuori, perché riprenderete la vostra marcia interrotta verso la democrazia, perché quel giorno vedrà nascere una nuova Europa, libera, forte ed esemplare, un’Europa che saremo fieri di lasciare ai nostri figli perché è la nostra aspirazione comune e il nostro comune destino, a cui daremo corpo, insieme, per il bene di tutti noi.

È questo messaggio di amicizia, di certezza e di ambizione comune che vi rivolgiamo oggi, con la speranza che contribuisca al nostro necessario riavvicinamento e lo acceleri.

Viva l’Europa! Viva la pace! Viva la libertà!

Wlodzimierz Cimoszewicz è ex primo ministro polacco, Andrius Kubilius è ex primo ministro della Lituania e responsabile del Parlamento europeo per le questioni russe

(Traduzione di Fabio Galimberti)