Segnali di scollamento
di Francesco Bei , di Francesco BeiAlla fine doveva succedere. Per la prima volta da quando Sergio Mattarella l’ha chiamato a presiedere il governo, ormai dieci mesi fa, mettendolo alla guida della maggioranza più larga della storia repubblicana, Mario Draghi ha assistito sotto i suoi occhi alla deflagrazione della maggioranza fra destra e sinistra.
La causa del dissidio è presto detta. Il presidente del Consiglio, d’intesa con il ministro dell’Economia, pensava di calmierare il caro-bollette recuperando risorse da un rinvio del taglio dell’Irpef per i redditi sopra i 75 mila euro. Quindi niente nuove tasse o patrimoniali, come ha detto il centrodestra con un eccesso di propaganda. Solo il congelamento temporaneo del taglio già previsto nella riforma fiscale e soltanto per i benestanti, dato che per i percettori di redditi sotto il 75 mila i tagli alle tasse restano confermati. Sembrava quasi una nota a margine eppure, prima nella cabina di regia e poi, in maniera clamorosa…
Alla fine doveva succedere. Per la prima volta da quando Sergio Mattarella l’ha chiamato a presiedere il governo, ormai dieci mesi fa, mettendolo alla guida della maggioranza più larga della storia repubblicana, Mario Draghi ha assistito sotto i suoi occhi alla deflagrazione della maggioranza fra destra e sinistra.
La causa del dissidio è presto detta. Il presidente del Consiglio, d’intesa con il ministro dell’Economia, pensava di calmierare il caro-bollette recuperando risorse da un rinvio del taglio dell’Irpef per i redditi sopra i 75 mila euro. Quindi niente nuove tasse o patrimoniali, come ha detto il centrodestra con un eccesso di propaganda. Solo il congelamento temporaneo del taglio già previsto nella riforma fiscale e soltanto per i benestanti, dato che per i percettori di redditi sotto il 75 mila i tagli alle tasse restano confermati. Sembrava quasi una nota a margine eppure, prima nella cabina di regia e poi, in maniera clamorosa, in Consiglio dei ministri, è andata in scena la rivolta.
Ottenuto il via libera di Cinque Stelle e Pd, Draghi si è trovato a fronteggiare le barricate alzate non soltanto dalla Lega ma, dato ancora più sorprendente, da Forza Italia e Italia Viva. Ovvero le due forze che, in questi dieci mesi, hanno sostenuto senza batter ciglio ogni scelta del premier. Tu quoque Brunetta, deve aver pensato Draghi, quando il ministro della Pubblica amministrazione ha inforcato gli occhiali demolendo la scelta del contributo di solidarietà. Seguito da Gelmini e Carfagna, le due ministre draghiane della prima ora.
Ora è bene, prima di andare oltre, fermarsi su alcuni punti che comunque non vanno persi di vista. Il primo è che le bollette — patrimoniale o non patrimoniale — saranno congelate per una cifra notevole: 2 miliardi e 800 milioni di euro, con circa 300 milioni trovati ieri last minute dalla Ragioneria dopo lo stop al contributo di solidarietà. Non è poca cosa. L’altro punto fermo è che il taglio delle tasse ci sarà e per 8 miliardi di euro.
Dato a Cesare quel che è di Cesare, non c’è dubbio che lo scontro in Consiglio dei ministri è indicativo del fatto che la maggioranza sta dando ogni giorno segni preoccupanti di cedimento, come se i partiti sentissero che ormai è prossima la campanella del liberi tutti. I segnali sono tanti, dai voti segreti in Senato fino ai quasi 5 mila emendamenti con cui la maggioranza (!) ha sommerso la legge di bilancio. Venendo però allo stop di ieri, se è indubbio il colpo all’immagine di Draghi, finora apparso come invincibile matador degli esausti partiti, è anche legittima una lettura più sottile di quanto accaduto. Detto in altro modo, per Draghi potrebbe essere stata una partita win-win.
Da una parte infatti ha mostrato ai sindacati, ma anche all’ala sinistra della sua maggioranza, di poter essere all’occorrenza un leader laburista, che non ha paura di chiedere a chi ha di più. Dall’altra, cedendo alle richieste del centrodestra, ha acquisito un merito in più nei confronti di quei partiti che hanno fatto del taglio delle tasse il loro mantra. E in fondo, non era stato proprio lui, Draghi, a teorizzare che in questa fase di ripresa «i soldi si danno e non si chiedono»? C’è da sostenere i consumi, spingere le famiglie a credere nella fine della crisi.
Il Censis, nel rapporto uscito ieri, ci ricorda che il tasso medio annuo di crescita reale dei consumi si è progressivamente ridotto, passando dal +3,9% degli anni Settanta, al +2,5% degli anni Ottanta, al +1,7% dei Novanta. Nel primo decennio del nuovo millennio si è attestato sullo 0,2% e con il Covid è addirittura finito in territorio negativo nella media decennale con un — 0,8%. Che ci sia bisogno di dare fiducia e speranza, senza aggiungere pesi alla soma, sembra fuori di dubbio e non bisogna essere economisti per capirlo.
Con la mossa di ieri, volendo essere maliziosi, Draghi ha puntellato anche i consensi per un’eventuale ascesa al Quirinale. Negli ultimi giorni il premier si sarebbe infatti reso conto, così raccontano, dell’apertura di una grossa falla nel fianco destro della nave: non più soltanto Forza Italia puntava a imbullonarlo a Palazzo Chigi, per sostenere il sogno quirinalizio del Cavaliere, da ultimo anche Salvini si era unito alla compagnia del “Draghi 2023”.
Chissà che la nuova disponibilità al compromesso, mostrata ieri da quello stesso premier che per dieci mesi è andato sempre dritto per la sua strada, non contribuisca a creare condizioni più favorevoli per un ripensamento della strategia della Lega sul Quirinale.