Nella dura stagione della pandemia, per la sorpresa di studiosi e giornalisti, torna a crescere, dopo un lungo declino, la fiducia nei media. Esposti alla malattia e alle difficoltà di lockdown e crisi economica, uomini e donne di ogni ceto sociale han cercato una bussola nell’informazione di qualità. Lo provano le ricerche del Reuters Institute, dell'Oxford University, ed è un buon segnale per le nostre democrazie.
Il rapporto internazionale, appena pubblicato online dal direttore dell’Istituto, Rasmus Nielsen, indica con chiarezza come solo “ricostruire la fiducia delle opinioni pubbliche”, sofferenti per la diaspora della disinformazione seminata da lobby populiste e nazionaliste, permetterà di tornare a dialogo critico e scelte libere da pregiudizi e discriminazioni.
Per comprendere quali strategie i nuovi media del XXI secolo dovranno adottare per difendere occupazione e sviluppo dell’industria, aumentandone l’…
Nella dura stagione della pandemia, per la sorpresa di studiosi e giornalisti, torna a crescere, dopo un lungo declino, la fiducia nei media. Esposti alla malattia e alle difficoltà di lockdown e crisi economica, uomini e donne di ogni ceto sociale han cercato una bussola nell’informazione di qualità. Lo provano le ricerche del Reuters Institute, dell'Oxford University, ed è un buon segnale per le nostre democrazie.
Il rapporto internazionale, appena pubblicato online dal direttore dell’Istituto, Rasmus Nielsen, indica con chiarezza come solo “ricostruire la fiducia delle opinioni pubbliche”, sofferenti per la diaspora della disinformazione seminata da lobby populiste e nazionaliste, permetterà di tornare a dialogo critico e scelte libere da pregiudizi e discriminazioni.
Per comprendere quali strategie i nuovi media del XXI secolo dovranno adottare per difendere occupazione e sviluppo dell’industria, aumentandone l’impatto positivo sul pubblico, il think tank Reuters ha riunito direttori e columnist europei, americani, asiatici e il loro lavoro è qui pubblicato. La conclusione è netta, perché le nostre democrazie tornino a funzionare, libere dall’odio che le rende impotenti, la fiducia deve tornare a spirare nelle comunità, perché, ammoniva lo statista americano George Shultz, «Senza fiducia nulla ha valore». Ma i giornalisti, da generazioni, sono invece addestrati a seminare dubbi, alzare il tono di critica e scetticismo, lavorare all’autorevolezza, alla condivisione di saperi e valori li coglie in contropiede.
Se la disinformazione viene pompata da centrali internazionali, vedi, in queste ore, la crisi Ucraina con la macchina della nebbia di Putin a tutto gas, come contrastarla con un giornalismo digitale efficace? Qui cominciano le difficoltà, testimoniate anche dal rapporto, appena pubblicato, dal Censis e dal saggio Il potere del pifferaio magico di Gianna Fregonara: se la fiducia cresce in chi legge giornali e segue tv, radio e web di qualità, la sterminata popolazione che si rinchiude nei gironi dei blog e talk show fai da te, su Covid, razzismo, antifemminismo, no all’emigrazione, resta elusiva, indifferente alla maturazione comune.
Qui le analisi e proposte del Reuters si fanno complesse e non sempre ottimistiche, ma è indispensabile che le nostre testate le meditino. Non sarà né facile, né indolore, tornare a ingaggiare i ceti popolari, spesso senza studi superiori e ostili all’establishment, vedi i programmi tv italiani ostili insieme al premier Draghi, ai vaccini, al Green Pass, mal guidati dai loro “guru” intellettuali.
È però, insieme, compito possibile e indispensabile, operando su piani paralleli, dialogare e ricostruire la propria base, attraverso abbonamenti, chat, podcast, espungendo con pazienza i commenti di disinformazione e trollismo, che vogliono degradare la conversazione. Ma, al tempo stesso, la sfida presente per noi giornalisti è, con coraggio e coscienza limpida, affrontare chi non crede più a tolleranza, pensiero critico, scienza, società aperta. Anche gli studi iniziati dall’Italian Digital Media Observatory provano come nessuna comunità online sia, per sempre, blindata nel proprio credo e come tanti, se sottoposti con umiltà, pazienza e sagacia a un confronto quotidiano, possano alla fine esporsi alla verità.
Il giornalismo e i media sono, naturalmente, una professione e un business e dunque l’impegno va coniugato con revenues che consentano sviluppo e lavoro. Dalle conclusioni del Reuters Institute appare però un nuovo modello sostenibile, da percorrere, praticare, sperimentare insieme.
Instragram @gianniriotta