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Caso Maresca, l'Ircocervo della giustizia

Napoli, Catello Maresco (ansa)

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Prima ancora che venga fissato da una legge dello Stato, dovrebbe essere un principio condiviso da ciascun appartenente all'ordine giudiziario che i primi difensori dell'indipendenza della magistratura dovrebbero essere i magistrati. Con i loro comportamenti. Con le loro scelte e nell'esercizio dei loro diritti costituzionali
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Stremati da un trentennale discorso pubblico sulla giustizia tenuto in ostaggio da convenienze, macroscopici conflitti di interesse, livore ideologico, ipocrisia, ci ritroviamo a contemplarne esterrefatti la parabola. Che nella sua coda ci regala ora una figura inedita. Un Ircocervo della Giustizia. Metà giudice, metà politico. Ora l'uno, ora l'altro. Vestale dell'imparzialità e insieme campione eletto della partigianeria. Parliamo del magistrato napoletano Catello Maresca, la cui storia molto, o forse tutto, racconta della notte in cui è sprofondata la cultura della giurisdizione nel nostro Paese, il senso della misura di chi appartiene all'ordine giudiziario, e l'ignavia di Parlamenti incapaci di legiferare in difesa di un principio sacro delle democrazie come quello della tripartizione dei poteri e della loro separazione.

Catello Maresca è un magistrato napoletano di 49 anni che, per 14 anni, si distingue come Procuratore anti…

Stremati da un trentennale discorso pubblico sulla giustizia tenuto in ostaggio da convenienze, macroscopici conflitti di interesse, livore ideologico, ipocrisia, ci ritroviamo a contemplarne esterrefatti la parabola. Che nella sua coda ci regala ora una figura inedita. Un Ircocervo della Giustizia. Metà giudice, metà politico. Ora l'uno, ora l'altro. Vestale dell'imparzialità e insieme campione eletto della partigianeria. Parliamo del magistrato napoletano Catello Maresca, la cui storia molto, o forse tutto, racconta della notte in cui è sprofondata la cultura della giurisdizione nel nostro Paese, il senso della misura di chi appartiene all'ordine giudiziario, e l'ignavia di Parlamenti incapaci di legiferare in difesa di un principio sacro delle democrazie come quello della tripartizione dei poteri e della loro separazione.

Catello Maresca è un magistrato napoletano di 49 anni che, per 14 anni, si distingue come Procuratore antimafia impegnato, tra gli altri, nelle inchieste sui Casalesi. Finché la mezza età non lo convince che altro debba essere il suo destino: la politica. È una scelta legittima. Di più: un diritto costituzionale incomprimibile. Naturalmente, il senso della misura, un'idea anche solo abbozzata del principio del conflitto di interesse, e a maggior ragione una legge dello Stato, dovrebbero impedirgli di correre nello stesso distretto dove ha amministrato giustizia. Ma mancano sia l'uno che l'altra. E così, il dottor Catello Maresca si candida per il centro-destra - portabandiera da trent'anni di una battaglia dai toni messianici sulla separazione tra politica e giustizia - a sindaco di Napoli, esattamente la città dove per tre lustri è stato pubblico ministero. Il 26 maggio scorso il dottor Maresca chiede e ottiene dal Csm l'aspettativa per una campagna elettorale che lo vedrà travolto nelle elezioni di ottobre. E dunque, all'esito del voto, tutti lo immaginano di fronte a un bivio. Acconciarsi a una consiliatura da capo dell'opposizione a Napoli. O pronto a un precoce addio alla politica per un altrettanto precoce rientro in magistratura. Almeno così suggerisce la decenza.

Almeno così dovrebbe imporre una legge dello Stato. Ma - di nuovo - mancano sia l'una che l'altra. Maresca chiede infatti al Csm di rientrare in magistratura conservando la sua carica di consigliere comunale e capo dell'opposizione. E il Csm, martedì scorso, dà semaforo verde destinandolo alla Corte di appello di Campobasso, a 150 chilometri da Napoli, sede non troppo disagiata. Dove godrà di permessi retribuiti ogni qual volta dovrà assentarsi per le sedute del consiglio comunale, che a loro volta gli saranno retribuite con un gettone di presenza. Dove non avrà obbligo di risiedere proprio perché consigliere comunale a Napoli.

L'assenza di una legge - chiesta insistentemente dallo stesso Csm da almeno sei anni a questa parte - che impedisca a un magistrato di esercitare contemporaneamente la funzione giurisdizionale (in questo caso per giunta giudicante) e quella politica propria di una carica elettiva convince ben 11 consiglieri su 21 a non battere ciglio. Nulla da eccepire per la corrente di destra Magistratura Indipendente, per quella centrista di Unicost, per i due magistrati antimafia Di Matteo (il pm del processo trattativa Stato-Mafia) e Ardita, per i 2 consiglieri in quota Lega, per l'avvocato penalista napoletano Cerabona, rappresentante eletto dalle camere penali.

Dice ora la ministra della Giustizia Cartabia "mai più casi Maresca", impegnandosi a proporre alla maggioranza di governo, in coincidenza con l'illustrazione della riforma del Csm, norme che impediscano il ripetersi di enormità come questa. E a lei si accoda in un'intervista al nostro giornale il vicepresidente del Csm Ermini. Il che è una buona notizia. Che, tuttavia, non aiuta a scrollarsi di dosso il senso di disfacimento che questa storia trasmette.

Prima ancora che venga fissato da una legge dello Stato dovrebbe essere un principio condiviso e introiettato da ciascun appartenente all'ordine giudiziario che i primi difensori dell'indipendenza della magistratura dovrebbero essere i magistrati. Con i loro comportamenti. Con le loro scelte e nell'esercizio dei loro diritti costituzionali.

Perché non basta essere indipendenti. È necessario anche essere percepiti come tali. Chi spiegherà a un cittadino del distretto di Campobasso, che avrà la ventura di chiedere giustizia al collegio giudicante in cui siederà il dottor Maresca, che dovrà avere fiducia nell'indipendenza e imparzialità del suo giudizio? E dove troverà il tempo il dottor Maresca di tenere dietro alle udienze che dovrà celebrare, alle sentenze che dovrà scrivere, nel suo avanti e indietro con Napoli, città la cui cura politica da capo dell'opposizione non richiederà esattamente l'impegno che si dedica a un dopo-lavoro a un circolo del tennis?

Se il Parlamento e la magistratura non hanno perso il senso della misura, ci liberino dai giudici Ircocervi. Senza farsi scudo ipocrita della Costituzione.