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Quirinale, il Covid grande elettore

Quirinale, il Covid grande elettore
(ansa)

Da come si concluderà la vicenda presidenziale, si capirà a quali equilibri è destinato il Paese. Siamo ancora nello stato d’emergenza indotto dal Covid e anche questo elemento svolgerà la sua parte nel gioco del Colle

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Forse non è vero che nell’immobilismo un po’ nevrotico tipico dei palazzi romani non succede mai nulla. Qualcosa succede, anche se è difficile accorgersene. A prima vista tutto ciò che si muove sembra mirato sul Quirinale, il grande gioco d’inizio anno. Ed è senza dubbio così: vari sussulti tattici che ci accompagneranno fino a metà gennaio, quando il Parlamento dovrà scegliere e i partiti metteranno le loro carte sul tavolo, poche o tante che siano. Tuttavia non c’è solo questo.

Da come si concluderà la vicenda presidenziale, si capirà a quali equilibri è destinato il Paese. In fondo, non va dimenticato che al momento siamo ancora nello stato d’emergenza indotto dal Covid. E anche questo elemento svolgerà la sua parte nel gioco del Colle. Magari per contribuire a creare quella larga maggioranza istituzionale chiamata a votare in modo concorde o quasi per il capo dello Stato? Enrico Letta la vorrebbe, e non solo lui. 

A parole l’accordo ampio piace a tanti, specie nell’ambito del centrosinistra e dei 5S, dove ne hanno più bisogno. Ma siamo troppo lontani dalla meta. Per ora è più intrigante cogliere certi sottintesi. Giorgia Meloni, ad esempio, ha cessato di essere attaccata come la regina dei “populisti sovranisti” ed è diventata una possibile partner nell’elezione del presidente. Merito della festa di Fratelli d’Italia, dove quasi tutti i protagonisti della scena pubblica hanno accettato l’invito e ognuno ha ricevuto la sua dose di applausi.

Niente Orbán, quest’anno, bensì la volontà di abbracciare un elettorato più vasto e far pesare il 20 per cento accreditato dai sondaggi. Intanto Letta prova a lusingare Giorgia Meloni per staccarla da Salvini e Berlusconi, visto che il centrodestra — se dovesse riuscire a restare compatto — avrebbe un sensibile vantaggio anche numerico sulla sinistra.

Ma c’è dell’altro. Letta preferisce una legge elettorale maggioritaria e non condivide la spinta verso il proporzionale che si sente nell’aria. Chi meglio di Giorgia Meloni può condividere tale punto di vista? Entrambi sognano di guidare un giorno i rispettivi schieramenti verso Palazzo Chigi e la convergenza è nelle cose. S’intende, gli ultimi avvenimenti non hanno portato acqua al mulino dei filo-maggioritari. Anzi. Il modo con cui Conte si è sottratto al confronto elettorale nel famoso seggio di Roma centro, rivela la paura di ridursi a vassallo del Pd. Di fatto è un passo verso il proporzionale, sistema che garantirebbe ai 5S quel modesto 15 per cento di cui sono accreditati. Viceversa il maggioritario li aiuterebbe a diluire la loro crisi nel “nuovo Ulivo”. E i seguaci di Conte preferiscono il certo per l’incerto. Ben sapendo che, finita la partita del Quirinale, si aprirà tra le altre quella sulla legge elettorale. Con discrete probabilità di approdare a nulla.

C’è anche qualcun altro che vuole contare, come è ovvio, nel rebus di gennaio, ma già pensa al dopo. Sono i centristi di Renzi, a cui si collegano i moderati di Toti e Brugnaro e parecchi parlamentari del “Misto” (Calenda è più defilato). Ora, al di là delle ironie sulle percentuali irrisorie, resta il dato di fondo. Questi gruppi possono limitarsi a fare i corsari dell’elezione presidenziale e magari condizionarla. Ma se hanno un’ambizione più alta — come afferma Sandro Gozi nell’intervista di due giorni fa al Riformista — allora possono lavorare per sostenere Draghi a Palazzo Chigi fino al ‘23. E per dar vita a uno schieramento “riformista” che faccia riferimento all’attuale premier dopo le elezioni di quell’anno.

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