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Lo scheletro malato del Paese

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La strage di Ravanusa
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Il generale Roberto Jucci a 95 anni può dire di avere visto di tutto. Ha combattuto le spie sovietiche della Guerra Fredda, i terroristi arabi e i brigatisti, mafiosi e camorristi; ha gestito i rapporti segreti con Gheddafi e con la Cina; ha comandato l'Arma dei carabinieri e poi presieduto aziende strategiche. In questa vita straordinaria il generale ricorda una sola missione impossibile: mettere a posto i tubi della Sicilia. Nel 2000 come commissario del governo ha lottato per sistemare una rete idrica che faceva acqua da tutte le parti, scontrandosi con resistenze incredibili. Dopo un anno lo hanno mandato via e le condotte dell'isola sono rimaste un colabrodo.


La tragedia di Ravanusa mostra ancora una volta la fragilità dello scheletro che dovrebbe reggere il nostro Paese: un'ossatura di infrastrutture malandate e insicure. Strade, ponti, linee ferroviarie, argini, reti di distribuzione mal progettate, costruite senza controllo e affidate a manutenzioni…

Il generale Roberto Jucci a 95 anni può dire di avere visto di tutto. Ha combattuto le spie sovietiche della Guerra Fredda, i terroristi arabi e i brigatisti, mafiosi e camorristi; ha gestito i rapporti segreti con Gheddafi e con la Cina; ha comandato l'Arma dei carabinieri e poi presieduto aziende strategiche. In questa vita straordinaria il generale ricorda una sola missione impossibile: mettere a posto i tubi della Sicilia. Nel 2000 come commissario del governo ha lottato per sistemare una rete idrica che faceva acqua da tutte le parti, scontrandosi con resistenze incredibili. Dopo un anno lo hanno mandato via e le condotte dell'isola sono rimaste un colabrodo.


La tragedia di Ravanusa mostra ancora una volta la fragilità dello scheletro che dovrebbe reggere il nostro Paese: un'ossatura di infrastrutture malandate e insicure. Strade, ponti, linee ferroviarie, argini, reti di distribuzione mal progettate, costruite senza controllo e affidate a manutenzioni pressapochiste. Dozzine di indagini hanno accertato quanto sia diffusa la corruzione in questi appalti, addomesticando le verifiche sulla qualità. Su tutto si impone l'effetto paralizzante di una burocrazia lentissima nel decidere e ancora più frenata nel realizzare: una palude che immobilizza la crescita e finisce per mettere a rischio la vita dei cittadini, dalla strage del viadotto Morandi alle famiglie uccise nel borgo siciliano.


Perché tutte le opere, anche quelle a regola d'arte invecchiano: le tubature del metano di Ravanusa, ad esempio, sono tra le prime allacciate in Italia oltre trent'anni fa. Ma soprattutto perché gran parte del nostro sviluppo urbanistico è avvenuto su un territorio devastato dal dissesto idrogeologico: siamo un gigante dai piedi d'argilla, che si sciolgono sotto gli acquazzoni di un clima sempre più impazzito. Sabato in Sicilia è venuto giù un ponte, l'ennesimo, ma l'intera Penisola si trova nella stessa condizione di precarietà, sempre sospesa sulle frane: le stesse che da anni corrodono il borgo agrigentino, mettendo in pericolo la solidità di case, scuole e chiese o aprendo falle nelle arterie sotterranee dove scorrono gas e acqua.


Il problema a Ravanusa era noto: sono stati varati progetti milionari per consolidare il suolo in più zone, anche nelle strade dove gli smottamenti potrebbero avere causato l'esplosione letale. Fondi stanziati da anni che non hanno impedito l'eccidio. Questo accade ovunque: l'88 per cento dei comuni italiani è a rischio idrogeologico e oltre sette milioni e mezzo di persone vivono sopra le frane. Eppure ogni tentativo di affrontare alla radice la questione si è perso in un rivolo di iniziative, tanto costose quanto velleitarie, senza una pianificazione nazionale efficace per monitorare i risultati. Il paradosso è che i soldi ci sono, e pure parecchi, ma non si riesce a spenderli.


Un raccapricciante dossier della Corte dei Conti nel 2019 ha radiografato la disfatta collettiva nella sfida contro alluvioni e valanghe. Dal 1997 sulle scrivanie degli enti pubblici si sono accumulati i piani per 8.926 interventi, con fondi approvati per 29 miliardi di euro. Quattrini sufficienti a risanare dalle Alpi alle Appennini: peccato però che nel 2017 il 90 per cento delle opere non era neppure arrivato alla fase di progetto.
Questa è la stessa macchina burocratica che gestirà l'ondata di finanziamenti del Pnrr: sono pronti due miliardi e mezzo per affrontare il dissesto del suolo e altri due per le reti idriche malandate. In pochi mesi bisognerà fare quello che in vent'anni siamo stati incapaci di concretizzare. E non ci sarà un'altra opportunità: questa è l'ultima occasione per rendere più sicura la terra sotto i nostri piedi.