Ilvo Diamanti ha stimato su questo giornale che oltre il 70 per cento degli italiani sono oggi favorevoli all'elezione diretta del capo dello Stato. Diretta vuol dire con votazione popolare come in Francia e negli Stati Uniti, anziché attraverso una procedura parlamentare come in Italia (o in Germania). È un tema antico che periodicamente si ripropone, mai però con risultati così clamorosi. E si capisce perché. Elezione popolare vuol dire eleggere una guida, una figura che assume su di sé la responsabilità di indicare e garantire l'indirizzo politico. Di fatto, il capo dell'esecutivo. E questo anche se esiste, come in Francia, un primo ministro destinato comunque a un ruolo subordinato.
Non avrebbe senso infatti eleggere per via popolare il presidente della Repubblica e poi non conferirgli una serie di poteri conseguenti. Si creerebbe una contraddizione molto pericolosa - come spiegò a suo tempo Giovanni Sartori - t…
Ilvo Diamanti ha stimato su questo giornale che oltre il 70 per cento degli italiani sono oggi favorevoli all'elezione diretta del capo dello Stato. Diretta vuol dire con votazione popolare come in Francia e negli Stati Uniti, anziché attraverso una procedura parlamentare come in Italia (o in Germania). È un tema antico che periodicamente si ripropone, mai però con risultati così clamorosi. E si capisce perché. Elezione popolare vuol dire eleggere una guida, una figura che assume su di sé la responsabilità di indicare e garantire l'indirizzo politico. Di fatto, il capo dell'esecutivo. E questo anche se esiste, come in Francia, un primo ministro destinato comunque a un ruolo subordinato.
Non avrebbe senso infatti eleggere per via popolare il presidente della Repubblica e poi non conferirgli una serie di poteri conseguenti. Si creerebbe una contraddizione molto pericolosa - come spiegò a suo tempo Giovanni Sartori - tra un capo dello Stato investito del massimo di legittimazione (il popolo), eppure confinato a compiti di "garanzia" e di rappresentanza, e un presidente del Consiglio legittimato dal Parlamento, ma dotato di poteri reali. Non potrebbe funzionare e anzi creerebbe drammatiche contraddizioni. Infatti chi vuole l'elezione diretta - come di recente Giorgia Meloni - vuole anche la repubblica presidenziale o semi-presidenziale, secondo l'ipotesi francese. Il che implica una revisione costituzionale molto profonda che fino a oggi non è stata mai nemmeno tentata (il presidenzialismo fu sconfitto alla Costituente).
Peraltro il sondaggio di Diamanti indica che l'opinione pubblica non gradisce più la procedura barocca attraverso cui si arriva a scegliere il presidente. Sappiamo che a suo tempo (1947-'48) tale percorso fu codificato nella Costituzione proprio perché si temeva l'emergere di un altro "uomo forte" - dopo l'esperienza del noto ventennio - nutrito nel disprezzo del Parlamento. Adesso tale percezione sembra mutata nel sentimento collettivo; ma ovviamente non in quello delle forze politiche che sono conservatrici per natura, a maggior ragione quando sentono di avvitarsi in una crisi senza fine. Una crisi di ideali e di prospettive.
Eppure non è un caso che il tema del "presidenzialismo" sia ormai sul tavolo, benché posto in modo approssimativo e quindi confuso. Quando si scrive che l'eventuale ascesa al Quirinale permetterebbe a Mario Draghi di sommare nelle sue mani le funzioni oggi svolte da Mattarella, cioè dall'interprete scrupoloso della Carta, e "di fatto" quelle del presidente del Consiglio (carica che sarebbe assegnata a un fidato collaboratore), si compie un salto concettuale verso un nuovo assetto istituzionale. Un assetto diverso da quello immaginato dai costituenti e perciò bisognoso di una riforma costituzionale tutt'altro che banale. In tale riforma troverebbe posto anche l'elezione diretta del capo dello Stato. Un passaggio logico, in quel caso, dal momento che sarebbe bizzarro mantenere l'elezione parlamentare vecchio stile, diciamo così, in una Repubblica che si vuole trasformare in presidenziale.
In altre parole, se stiamo ai dati di Diamanti, c'è una maggioranza del Paese che d'istinto vuole voltare pagina. Ciò significa che la spinta per Draghi presidente della Repubblica equivale alla spinta per una nuova Repubblica di tipo presidenziale. O semi-presidenziale. Forse qui è il "non detto" del confronto sul Quirinale.