Pisapia: "Per un'Europa a più velocità"
di Giuliano Pisapia , di Giuliano PisapiaCaro direttore,
come una "voce di uno che grida nel deserto" Jacques Delors trentadue anni fa aveva messo in guardia l'intera Europa. E non venne ascoltato. Nel novembre 1989, a un mese dalla caduta del Muro di Berlino, l'allora presidente della Commissione aveva posto infatti il problema dei rapporti esistenti tra l'allargamento della Comunità e l'intensificazione delle relazioni dirette tra Stati anche in vista della moneta unica.
Cosa suggeriva Delors? Un'Europa a cerchi concentrici; del primo cerchio avrebbero fatto parte gli Stati desiderosi di avere una relazione politica europea più intensa. Nel secondo e nel terzo i Paesi meno propensi a intensificare le relazioni politiche e quei Paesi che iniziavano un percorso di avvicinamento alla Cee per poi arrivare alla candidatura.
Delors parlava di "cerchi concentrici", oggi useremmo la formula di un'Europa a due o tre velocità, ma la sostanza non cambia. All'inter…
Caro direttore,
come una "voce di uno che grida nel deserto" Jacques Delors trentadue anni fa aveva messo in guardia l'intera Europa. E non venne ascoltato. Nel novembre 1989, a un mese dalla caduta del Muro di Berlino, l'allora presidente della Commissione aveva posto infatti il problema dei rapporti esistenti tra l'allargamento della Comunità e l'intensificazione delle relazioni dirette tra Stati anche in vista della moneta unica.
Cosa suggeriva Delors? Un'Europa a cerchi concentrici; del primo cerchio avrebbero fatto parte gli Stati desiderosi di avere una relazione politica europea più intensa. Nel secondo e nel terzo i Paesi meno propensi a intensificare le relazioni politiche e quei Paesi che iniziavano un percorso di avvicinamento alla Cee per poi arrivare alla candidatura.
Delors parlava di "cerchi concentrici", oggi useremmo la formula di un'Europa a due o tre velocità, ma la sostanza non cambia. All'interno di una Unione così grande e complessa è necessario che ci siano accordi sottostanti tra Stati che hanno interessi e visioni comuni.
Del resto il fatto che solo 19 Paesi utilizzino l'euro come moneta nazionale dimostra come ci siano situazioni molto diverse dentro l'Ue e non tutti hanno gli stessi interessi, e la stessa sensibilità, su argomenti decisivi come l'immigrazione, la lotta alle diseguaglianze, i diritti civili e sociali, per non parlare della politica economica ed industriale. Lo stesso vale anche per la tanto invocata armonia fiscale; nella Ue è una utopia, ma magari si potrebbe provare in futuro a introdurla almeno tra alcuni Paesi membri.
La proposta di Delors non venne neanche presa in considerazione dai leader europei ed è stato un peccato perché, forse, avrebbe potuto risolvere alcuni problemi che oggi affliggono l'Unione Europea e che la rendono in molti casi una potenza dai piedi d'argilla oltre che un'istituzione spesso divisa con la conseguenza di non contare nello scacchiere mondiale.
La struttura a ventisette, infatti, con un preponderante peso del "Consiglio" rispetto alla Commissione e al Parlamento europeo ha dimostrato troppo spesso i suoi limiti, anche se va riconosciuto che durante la pandemia la Ue è riuscita a svolgere un ruolo positivo.
Ma quale è la strada per ottenere l'obiettivo indicato da Delors? Più voci invocano l'applicazione della "cooperazione rafforzata" prevista dal Trattato di Lisbona agli articoli 326 e 334. È la soluzione? Apparentemente sì, ma nella realtà non lo è, tanto è vero che, fino ad oggi, non è mai stata applicata.
Il perché è presto detto: per la "cooperazione rafforzata" è necessario che vi sia la richiesta da almeno nove Stati membri; che sia "autorizzata" dal Consiglio su proposta della Commissione e previa approvazione del Parlamento Europeo; che ci sia l'unanimità del Consiglio se i trattati lo prevedono. Occorre quindi un voto favorevole anche dai Paesi che non aderiscono all'accordo, il che rende di fatto praticamente impossibile utilizzare questo strumento.
Siamo quindi in un cul de sac? Forse no perché oggi ci sono condizioni favorevoli inimmaginabili solo qualche anno fa e il recente Trattato del Quirinale tra Italia e Francia lo dimostra.
Un Trattato che prefigura proprio quello di cui abbiamo bisogno, una Europa a più velocità con alcuni Paesi che si alleano con forza su alcuni temi definiti, una modalità che può essere allargata ad altre nazioni che possono essere interessate, ad esempio Spagna, Portogallo e Grecia per arrivare fino alla Germania, che potrebbe partecipare spinta dal nuovo governo dichiaratamente europeista guidato dal socialdemocratico Scholz il quale si è recato, come primo viaggio all'estero, da Macron per rinsaldare non solo il rapporto preferenziale tra i due Paesi, ma la comune volontà di cambio di passo, di cambiamento.
Una soluzione di questo tipo può essere anche favorita dall'uscita dalla Ue del Regno Unito, in passato sempre contrario ad ogni soluzione del genere, e dalla contingenza positiva di avere dal primo gennaio la presidenza francese del Consiglio della Ue a cui si unisce la presidenza italiana, fino a maggio 2022, del Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa.
Per dare una scossa all'Europa è necessario quindi inventarci nuovi strumenti, avere la stessa forza visionaria dei padri fondatori rafforzando alleanze tra Paesi diversi. In caso contrario continueremo a essere bloccati e ostacolati da quei Paesi che continuano a beneficiare dei fondi e degli aiuti dell'Unione europea, ma non rispettano i principi democratici che sono alla base di una sfida che non possiamo perdere.
Giuliano Pisapia è eurodeputato e vicepresidente della Commissione affari costituzionali