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I servizi da soli non bastano

(ansa)

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La crisi della natalità
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Partiamo da una storia semplice, meno svantaggiata e diseguale di altre: Paola e Carlo sono due trentenni di famiglie medio borghesi, lavorano entrambi, convivono in affitto in una delle province lombarde. Hanno studiato: lei laureata ed iscritta ad un ordine professionale, lui, diplomato, con una attività imprenditoriale neoavviata. Hanno genitori anagraficamente giovani, in salute, tutti con un lavoro. Paola e Carlo si sposeranno il prossimo giugno e sanno di volere dei figli. Eppure già dicono che, se andrà tutto bene, nato il primo figlio o figlia, non ne faranno altri. Le ragioni?


Per immaginarle basta aggiungere alla vita "facile" di Paola e Carlo tutto l'insieme di svantaggi potenziali e reali che connotano le vite di giovani ed adulti in Italia: la precarietà lavorativa (che non la si chiami più flessibilità) individuale e/o di coppia, l'appartenenza etnica, la città, provincia, regione di residenza (e le pos…

Partiamo da una storia semplice, meno svantaggiata e diseguale di altre: Paola e Carlo sono due trentenni di famiglie medio borghesi, lavorano entrambi, convivono in affitto in una delle province lombarde. Hanno studiato: lei laureata ed iscritta ad un ordine professionale, lui, diplomato, con una attività imprenditoriale neoavviata. Hanno genitori anagraficamente giovani, in salute, tutti con un lavoro. Paola e Carlo si sposeranno il prossimo giugno e sanno di volere dei figli. Eppure già dicono che, se andrà tutto bene, nato il primo figlio o figlia, non ne faranno altri. Le ragioni?


Per immaginarle basta aggiungere alla vita "facile" di Paola e Carlo tutto l'insieme di svantaggi potenziali e reali che connotano le vite di giovani ed adulti in Italia: la precarietà lavorativa (che non la si chiami più flessibilità) individuale e/o di coppia, l'appartenenza etnica, la città, provincia, regione di residenza (e le possibilità che offre o meno), il titolo di studio (e la sua svalorizzazione nel mercato del lavoro), la famiglia d'origine (ricca, povera, vicina, lontana, capace o bisognosa), l'orientamento sessuale, la salute (fisica e psicologica), l'eventuale presenza di disabilità... tutte variabili non nuove, tutte, da sole o sommate, in grado di impedire ad oggi più che in passato desideri e progetti. Occorre proseguire? Combiniamo questi elementi con un ultimo, pessimo, dato: la perdurante assenza (anche in tempi di Pnrr, mancando azioni di sistema ad hoc) di più di metà delle donne dal mercato del lavoro, a cui va aggiunta l'altrettanto sistematica carenza di servizi (diffusi, gratuiti, di qualità) che supportino le donne, le coppie, le famiglie nella gestione del quotidiano. La soluzione si chiama welfare di prossimità, in altre nazioni europee lo attuano da 30 anni: l'avevamo proposto anche nel Piano Colao, basta decidere di realizzarlo.


Sì, perché il welfare di prossimità, che può prevedere anche alleanze virtuose tra stato e terzo settore, semplicemente immagina le vite delle persone secondo gli eventi che statisticamente le connotano e anticipatamente ne predispone i servizi, gli aiuti, le facilitazioni (con un approccio progettuale, di visione, non una mera predisposizione di sportelli e servizi). Senza aspettare emergenze, crisi, situazioni estreme (individuali o collettive), ma considerando la cura dei bisogni delle persone tutte come un diritto da garantire, attraverso un progetto ad ampio respiro che intercetti le vite e dia garanzie sul futuro (di Paola, Carlo e tutti gli altri).
Se infatti chiedessimo a Paola e Carlo (e lo stiamo facendo, in ambito di ricerca) cosa li preoccupa nel pensare al loro futuro di famiglia con figli e figlie, ci sentiremmo rispondere: "il peso dell'incertezza complessiva, la mancanza di una progettualità aperta, l'assenza di condivisione sociale. E una ridefinizione dei tempi di vita".


In particolare Paola ci direbbe che essere schiacciate tra la pressione alla riuscita accademica e professionale e la pressione alla generatività, fa vivere male tutto. E che la soluzione davvero innovativa non possono essere i nonni full time, né i nidi aperti 12 ore, sabato compreso, quale condizione per mantenere la tua unica forma di partecipazione sociale, il lavoro. I servizi sono essenziali, devono esserci, ma sono la pre-condizione per la condivisione dei carichi di cura, e non, da soli, la soluzione complessiva alla denatalità.
Perché è ormai chiaro che il benessere psicologico diffuso dipende, per uomini e donne, dalla realizzazione delle diverse parti di sé: lo dimostrano i giovani padri, sempre più desiderosi di essere presenti anche nella vita di bambine e bambini dalla nascita, lo dimostrano le giovani donne acculturate che vogliono partecipare anche alla vita pubblica con l'associazionismo, la rappresentanza politica, il volontariato, la cultura. E lo manifestano infine coloro i quali e le quali, anche avendone le condizioni, scelgono di non avere figli perché non ne sentono il desiderio: bene così, la generatività ha molte forme, ma deve potersi manifestare nella libertà di una scelta.


E in tutto questo proviamo ad immaginare la vita che avremo, senza bambini e bambine intorno (che siano nostri o di altri): come ci dicono i dati Istat, 15.000 nuovi nati in meno nel 2020, già 12.500 nel 2021. A cui si aggiunge l'inevitabile riduzione del numero di donne in età fertile. Di che vita quotidiana, presente e futura, parliamo? Che rapporto immaginiamo con la realtà globale, in cui le persone giovani e i nuovi nati sono tanti, osservandola dal nostro piccolo Paese di soli anziani?
Fa sorridere sentire tanti di noi che di anni ne hanno 50, 60, 70 e 80 parlare quotidianamente di innovazione e futuro, in assenza dei giovani: e non perché basti essere giovani per essere innovativi, o che non essere giovani significhi solo conservazione. Per produrre cambiamento ci vogliono intelligenza, saperi, expertise, vita vissuta, passioni. Ma anche energia, coraggio, sguardi nuovi, autentica curiosità. Quella di chi prima non c'era (i giovani uomini e donne e i loro figli e figlie), e può migliorare l'esistente o inventare il nuovo. Invece oggi noi innoviamo (o diciamo di farlo), ma non viviamo: lo sentono le persone, lo mostrano i dati sul futuro che non c'è.