Sleghiamoli da quei letti
di Luigi Manconi , di Luigi ManconiIl direttore del carcere di Nisida, istituto penale per minorenni, ha chiesto all'Asl di Napoli di poter disporre del "presidio sanitario idoneo a contenere due ragazze" (in custodia cautelare) "alla luce dei quotidiani atti autolesivi posti in essere dalle stesse". Tradotto, significa che la Direzione del carcere sollecita l'adozione del letto di contenzione per tenere sotto controllo le due minori e impedire che possano fare del male a sé stesse e ad altri.
Il giurista Marco De Martino, che mi segnala quella richiesta, sottolinea come il ricorso ai "mezzi di contenzione" sia legittimo e - per quanto ci possa apparire irragionevole - previsto dal regolamento carcerario del 1975. Così come lo è nei Servizi psichiatrici di diagnosi e cura (Spdc): secondo alcuni studi di qualche anno fa, nell'80% di essi si fa ricorso alla "contenzione meccanica". E alcuni studi recenti ci dicono che l'utilizzo di quella prati…
Il direttore del carcere di Nisida, istituto penale per minorenni, ha chiesto all'Asl di Napoli di poter disporre del "presidio sanitario idoneo a contenere due ragazze" (in custodia cautelare) "alla luce dei quotidiani atti autolesivi posti in essere dalle stesse". Tradotto, significa che la Direzione del carcere sollecita l'adozione del letto di contenzione per tenere sotto controllo le due minori e impedire che possano fare del male a sé stesse e ad altri.
Il giurista Marco De Martino, che mi segnala quella richiesta, sottolinea come il ricorso ai "mezzi di contenzione" sia legittimo e - per quanto ci possa apparire irragionevole - previsto dal regolamento carcerario del 1975. Così come lo è nei Servizi psichiatrici di diagnosi e cura (Spdc): secondo alcuni studi di qualche anno fa, nell'80% di essi si fa ricorso alla "contenzione meccanica". E alcuni studi recenti ci dicono che l'utilizzo di quella pratica interesserebbe, nelle Residenze sanitarie per anziani (Rsa), decina di migliaia di ricoverati; e si diffonde nei reparti di neuropsichiatria infantile.
La vicenda di Nisida fa venire alla mente la tragica fine della diciannovenne Elena Casetto, morta carbonizzata mentre si trovava legata, mani e piedi, a un letto, nell'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Quando scoppia l'incendio, presumibilmente appiccato da lei stessa, la porta della stanza è chiusa a chiave dall'esterno. Da giorni Repubblica segue con grande attenzione quanto è accaduto a Wissem Ben Abdellatif, tunisino di ventisei anni che, mentre era trattenuto nel Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Ponte Galeria, alle porte di Roma, manifestava segni di sofferenza psichica. Ricoverato prima al Grassi e poi al San Camillo era stato legato, al letto di contenzione, in entrambi gli ospedali, in quanto appariva "agitato, confuso, smarrito" e "aggressivo".
Così, caviglie e polsi serrati da fasce, Wissem è morto al San Camillo dopo oltre 61 ore di costrizione. Il documento sanitario, chiamato "registro delle contenzioni", riporta in modo assai approssimativo l'orario di inizio del trattamento e quello del decesso: il che autorizza a pensare che la contenzione sia stata ininterrotta. Non è la sola anomalia: la mancata comunicazione ai familiari - evidenzia l'avvocato Francesco Romeo - ha fatto sì che all'autopsia non fossero presenti i consulenti di parte. Dunque, la domanda che si impone è semplice e brutale: è possibile che, nelle democrazie mature e nei sistemi sanitari più avanzati del mondo, quale quello italiano, non si conoscano mezzi più intelligenti e razionali, e rispettosi della dignità, per controllare la "agitazione" del paziente?
La contenzione era prevista dalla legge che la riforma Basaglia del 1978 ha abrogato, eppure quello strumento di coercizione non solo è sopravvissuto, ma sembra essersi ancor più diffuso. E sempre in nome dello "stato di necessità": così che, quella che dovrebbe essere una circostanza eccezionale e una extrema ratio, è diventata la prassi per fronteggiare qualsiasi attrito, tensione, rifiuto e sottrazione da parte del paziente.
Era il 2009 quando il maestro elementare Franco Mastrogiovanni morì nel letto di contenzione, al quale era stato crocefisso per 87 ore, nel reparto di Diagnosi e cura dell'ospedale di Vallo della Lucania. In realtà, le ore erano 93, perché, dopo il decesso, il cadavere rimase ancora a lungo legato al letto. Nel 2018, la Cassazione ha condannato in via definitiva, per sequestro di persona, sei medici e undici infermieri. Eppure, la sentenza non ha bloccato quella che sembra una irresistibile tendenza all'uso massiccio di quella pratica inumana.
Per contro, nel 2015, il Comitato Nazionale di Bioetica redige un parere assai severo in materia. Vi viene raccomandata la predisposizione di "programmi finalizzati al superamento della contenzione, nell'ambito della promozione di una cultura generale della cura, rispettosa dei diritti". Nel 2012 prende le mosse la campagna nazionale "...E tu slegalo subito" (da una affermazione di Franco Basaglia), che elabora un documento programmatico, approvato successivamente dal Tavolo tecnico sulla Salute Mentale del ministero della Salute. In quell'occasione (giugno 2021), il ministro Roberto Speranza ha manifestato la volontà di operare per superare la contenzione meccanica entro il 2023. E appena qualche giorno fa, la Corte Europea dei Diritti Umani ha ammesso il ricorso presentato dai legali di un giovane, allora diciannovenne, che nel 2014 era stato legato continuativamente a un letto di ospedale per otto giorni.
Perché ciascuno di noi possa rendersi conto, nelle fibre del proprio corpo, cosa significhi essere "contenuto", proviamo a immaginare di trovarci in quella condizione e in quella posizione non per interminabili otto giorni, bensì per appena otto ore. O anche solo per due.