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La doppia sfida del premier

Il presidente del Consiglio Mario Draghi (agf)

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La prima è con le istituzioni europee sulla gestione della pandemia. La seconda, ben più insidiosa, è sul fronte interno con i partiti della sua maggioranza sempre più insofferenti
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È una doppia sfida quella che vede impegnato Mario Draghi in questo scorcio finale del 2021. Verso l'alto, con le istituzioni europee, e verso il basso, con i partiti della sua maggioranza, sempre più insofferenti. Con lo sguardo rivolto a quando, tra cinque-sei settimane, inizierà la corsa per il Quirinale.

L'inedito assoluto è il primo conflitto tra un premier considerato in Italia e all'estero il campione dell'europeismo, e simbolo stesso della forza dell'Unione, e le istituzioni comunitarie. Un duello a distanza che ha avuto per oggetto l'ordinanza italiana che impone a chiunque varchi il confine di Stato, che abbia o meno il Green Pass, un tampone. Con la non trascurabile limitazione di cinque giorni di quarantena per coloro, pur negativi al test, che risultino non vaccinati.

Una norma di prudenza estrema, dettata dal timore che l'ondata provocata da Omicron impatti troppo presto e troppo duramente sulle strutture sanitari…

È una doppia sfida quella che vede impegnato Mario Draghi in questo scorcio finale del 2021. Verso l'alto, con le istituzioni europee, e verso il basso, con i partiti della sua maggioranza, sempre più insofferenti. Con lo sguardo rivolto a quando, tra cinque-sei settimane, inizierà la corsa per il Quirinale.

L'inedito assoluto è il primo conflitto tra un premier considerato in Italia e all'estero il campione dell'europeismo, e simbolo stesso della forza dell'Unione, e le istituzioni comunitarie. Un duello a distanza che ha avuto per oggetto l'ordinanza italiana che impone a chiunque varchi il confine di Stato, che abbia o meno il Green Pass, un tampone. Con la non trascurabile limitazione di cinque giorni di quarantena per coloro, pur negativi al test, che risultino non vaccinati.

Una norma di prudenza estrema, dettata dal timore che l'ondata provocata da Omicron impatti troppo presto e troppo duramente sulle strutture sanitarie italiane. Un modo per "comprare tempo" e immunizzare con la terza dose altri milioni di italiani. Una restrizione accolta con freddezza, "stupore" e aperte critiche a Bruxelles, dove si teme che la fuga in avanti decisa a Roma possa pregiudicare la credibilità del certificato digitale europeo.

Ma dietro il battibecco Draghi-Ue, che di certo animerà i saloni ovattati del palazzo Justus Lipsius che ospitano il Consiglio Ue, si intravede uno schema già visto, con l'Italia che sulle misure anti-Covid figura ancora una volta come la lepre dell'Unione europea. A onor del vero anche il Portogallo (prima di tutti) e la Grecia (dopo di noi) hanno alzato nuovi muri ai confini per bloccare la variante Omicron. Ma si tratta di Paesi piccoli, non di uno Stato fondatore dell'Ue. Per questo lo "strappo" di Draghi è quello che fa più rumore.

E tuttavia, per chi ha qualche memoria, si ricorda una analoga tenzone lo scorso febbraio, al primo Consiglio europeo a cui Draghi partecipava come capo del governo. Allora il tema era l'approvvigionamento dei vaccini e la scarsa, per non dire inesistente, collaborazione delle case farmaceutiche a cui la Commissione aveva concesso ampie scappatoie per non onorare gli impegni. Fu Draghi per primo ad alzare la voce, costringendo Ursula von der Leyen a un cambio di marcia.

Lo schema, è facile prevedere, si ripeterà oggi, dato che, di fronte alla variante Omicron, quanto fatto finora evidentemente non basta. La sensazione è che presto, nel giro di qualche giorno, misure analoghe di sorveglianza rafforzata ai confini saranno prese da altri Stati europei su modello dell'Italia.

Basterebbe del resto che a Bruxelles leggessero il rapporto dell'Ecdc, il centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, che ha lanciato un allarme preciso: "La probabilità di un'ulteriore diffusione della variante Omicron è molto elevata e la sola vaccinazione non ci permette di prevenirne l'impatto; è urgente una forte azione per ridurre la trasmissione e contenere l'impatto sui sistemi sanitari". È una sconfessione del vaccino? Niente affatto. È la presa d'atto che la campagna vaccinale è necessaria ma non sufficiente, tanto che si invoca "una rapida introduzione di misure non farmaceutiche" per ridurre la trasmissione della variante Delta, che non è scomparsa, e rallentare Omicron.

Se questa è la prima sfida, ben più insidiosa è quella del fronte interno. È palese che la maggioranza draghiana stia ormai mostrando la corda. Il problema è che i partiti sembrano divisi su tutto, tranne che su una cosa: evitare che il commissariamento della politica che hanno subìto quest'anno da parte di "Super-Mario" si moltiplichi per altri sette. Detto in altre parole, sono tutti concordi nel ritenere che il posto di Draghi sia Palazzo Chigi, non il Colle più alto.

I retropensieri sono diversi, ma c'è unanimità tra i leader sul fatto che il premier debba restare inchiavardato lì dov'è, anche a costo di logorarlo. Il problema tuttavia andrebbe visto anche da un'altra prospettiva: Draghi cosa ne pensa? Enrico Letta, il segretario del Pd, alla festa di Atreju ha pronosticato il caos e una crisi di governo se Draghi dovesse lasciare l'attuale incarico: "Non so se questa maggioranza andrebbe avanti dopo di lui".

Proviamo a capovolgere la questione: Draghi andrà avanti a governare come se nulla fosse se la sua maggioranza non si rivelasse disposta a mandarlo al Quirinale? Oppure se si dividesse fra candidature contrapposte? È intorno a questo dilemma che si arrovella la politica in questi giorni. Nessuno ha una risposta alla domanda su cosa farà il premier se gli venisse sbarrato il portone del palazzo dei Papi. Anzi, tutti sperano che la risposta più ovvia sia quella sbagliata.