Preghiamo perché Vladimir Putin non prenda la folle decisione di invadere l'Ucraina. Innanzitutto perché le cifre sono ingannevoli: l'esercito russo, secondo tutti gli esperti, è in uno stato di salute critico, quasi quanto l'economia post-sovietica; e non è affatto certo che i 150 mila uomini ammassati in queste ultime settimane fra Mariupol e Luhansk abbiano la capacità di operare così lontano dalle loro basi senza provocare un disastro.
Secondo, perché l'Ucraina di oggi non è più quella che nel 2021 lasciò invadere la Crimea senza colpo ferire: da Petro Poroshenko in poi, e in gran parte grazie a lui, si è dotata di un esercito di cui ho potuto, e non solo io, verificare sul campo la potenza di fuoco, la solidità delle linee di difesa e il morale; e una fiammata laggiù, in quella Verdun gelata che ha già fatto 11 mila morti e centinaia di migliaia di sfollati, potrebbe…
Preghiamo perché Vladimir Putin non prenda la folle decisione di invadere l'Ucraina. Innanzitutto perché le cifre sono ingannevoli: l'esercito russo, secondo tutti gli esperti, è in uno stato di salute critico, quasi quanto l'economia post-sovietica; e non è affatto certo che i 150 mila uomini ammassati in queste ultime settimane fra Mariupol e Luhansk abbiano la capacità di operare così lontano dalle loro basi senza provocare un disastro.
Secondo, perché l'Ucraina di oggi non è più quella che nel 2021 lasciò invadere la Crimea senza colpo ferire: da Petro Poroshenko in poi, e in gran parte grazie a lui, si è dotata di un esercito di cui ho potuto, e non solo io, verificare sul campo la potenza di fuoco, la solidità delle linee di difesa e il morale; e una fiammata laggiù, in quella Verdun gelata che ha già fatto 11 mila morti e centinaia di migliaia di sfollati, potrebbe portare a una guerra ad alta intensità.
E poi perché sembra poco probabile che gli Stati Uniti e l'Europa possano accettare di abbandonare al suo destino l'Ucraina come hanno fatto con la Siria, l'Iraq e naturalmente l'Afghanistan: Joe Biden ha usato parole forti per ricordare il suo "impegno incrollabile" al fianco degli aggrediti; la donna a capo della diplomazia britannica ha parlato, al termine del G7 a Liverpool, delle "conseguenze enormi" che avrebbe un attacco vero e proprio; Annalena Baerbock, la nuova ministra degli Esteri tedesca, ha minacciato di bloccare il gasdotto Nord Stream 2; quanto a Emmanuel Macron, che presiederà i destini dell'Unione nel momento in cui, Dio non voglia, Mosca potrebbe commettere quell'errore fatale, si può avere fiducia che terrà fede agli impegni presi con Zelensky.
Resta il fatto, ahimè, che tutto è comunque possibile. L'epoca in cui viviamo è sufficientemente irragionevole perché un dittatore indebolito si lanci in un'avventura del genere. E in ogni caso possiamo star certi che gli ideologi eurasiatici che regnano a Mosca, i loro agenti di influenza stranieri e i loro intermediari sfrutteranno le prossime settimane per distillare il veleno dei loro argomenti.
Da qui, in questo clima da veglia d'armi ben più angosciante del "dilagare" dell'ultima delle varianti di Covid, l'esigenza che sento di fare le puntualizzazioni che seguono.
1. I popoli non sono pedoni. Non sono il dominio riservato, e dunque gli ostaggi, di nessuna potenza o impero. E nel diritto internazionale sono - salvo situazioni in cui crimini contro l'umanità implicano una responsabilità di protezione e un dovere di ingerenza - gli unici padroni del proprio destino. L'Ucraina è Europa. Lo è per la storia, per la volontà e, dopo la rivolta di Maidan, per il sangue versato dalla Centuria Celeste di giovani donne e giovani uomini caduti sotto la mitraglia delle forze di repressione filoputiniane stringendo fra le braccia la bandiera stellata dell'Unione. E nessun accordo fra cancellerie potrebbe vietarle, se lo vuole, di chiedere la protezione della Nato.
2. I principi geopolitici sono come la massima morale secondo Kant. Bisogna sempre domandarsi a cosa assomiglierebbe il mondo se, per ipotesi, li si rendesse universali. E l'idea secondo cui la Russia sarebbe a casa propria ovunque si parla russo, e dunque in quella parte orientale dell'Ucraina che viene chiamata Donbass, basterebbe, se fosse convalidata, a mettere l'Europa e il mondo a ferro e fuoco. Che succederebbe, se si ragionasse così, con i transilvani in Romania? Con i catalani in Francia? Con le tre comunità linguistiche di cui è composta la Svizzera? Con quella "minoranza vallona" di cui certi ideologi, a Mosca, già sostengono che sarebbe minacciata di "genocidio"? Con quella parte della California dove si parla spagnolo? Con la Gran Bretagna, che ha la lingua in comune con l'America? Il nazionalismo linguistico, sotto Putin non meno che all'epoca, nel 1938, dell'annessione dei tedeschi dei Sudeti al Terzo Reich, è un vaso di Pandora.
3. E quanto all'argomento ripetuto ossessivamente, da Mélenchon a Zemmour e Le Pen, dai sostenitori francesi della distensione con il Cremlino, secondo cui l'Ucraina farebbe storicamente parte della Russia, su cosa si basa? Su un sofismo: l'Ucraina, che etimologicamente, in russo, vuol dire "frontiera", "territorio di frontiera" o "marca", non avrebbe veramente un nome, deduzione che a voler essere logici dovrebbe applicarsi anche all'altro Paese innominato che sono... gli Stati Uniti! Su un'omonimia: la "Rus'di Kiev", quel vasto territorio che nel IX secolo inglobava Bielorussia, Nord della Russia e Nord dell'Ucraina e il cui nome indicherebbe che Kiev è la culla della Russia: il procedimento, qui, è come un gioco di prestigio, perché "Rus di Kiev" era allora l'appellativo non di uno Stato-nazione russo chiaramente inesistente, bensì di una sorta di enorme agenzia commerciale scandinava. E l'argomentazione poggia, infine, sulla realtà dei movimenti di popolazione di cui la regione nel suo insieme è stata effettivamente il teatro: ma allora come si potrebbe impedire alla Lituania di rivendicare Smolensk? Alla Polonia di avanzare i suoi diritti su Leopoli? Alla Slovacchia di invadere l'oblast della Transcarpazia? Alla Moldavia di reclamare un pezzo di Transnistria? E perché la Russia, un Paese che, lo ripetiamo, non è mai stato uno Stato-nazione prima del 1991, avrebbe più titoli di altri da far valere sulle terre liberate dell'ex Unione Sovietica?
Putin tutto questo lo sa. È perfettamente consapevole che minacciando di attaccare l'Ucraina è l'Europa che destabilizza. Gli europei devono farsene una ragione: prima di essere un partner, il presidente russo è il loro temibile avversario.
(Traduzione di Fabio Galimberti)