Ora una parola dal premier
di Stefano Folli , di Stefano FolliPersino in anticipo sui tempi, Matteo Salvini ha cominciato a diradare la nebbia che circonda la vicenda del Quirinale. "Draghi deve restare premier" ha detto l'uomo che stava provando a imbastire un primo giro di colloqui tra i vertici dei partiti. Certo, non è un dogma: è una frase fra le tante che verranno dette o gridate nelle prossime settimane. Ma sono le prime parole nette pronunciate a proposito del futuro di Draghi. Finora solo Berlusconi era apparso altrettanto perentorio nell'indicare che il presidente del Consiglio deve restare a Palazzo Chigi, perché lì e non al Quirinale è la sua missione. Ma Berlusconi insegue le sue illusioni e quello che dice è condizionato dall'interesse personale.
Il caso di Salvini è un po' diverso. Difficile credere che il capo della Lega stia dando una mano all'ambizione berlusconiana. Più logico pensare che stia pensando ai suoi elettori, al mondo produttivo, …
Persino in anticipo sui tempi, Matteo Salvini ha cominciato a diradare la nebbia che circonda la vicenda del Quirinale. "Draghi deve restare premier" ha detto l'uomo che stava provando a imbastire un primo giro di colloqui tra i vertici dei partiti. Certo, non è un dogma: è una frase fra le tante che verranno dette o gridate nelle prossime settimane. Ma sono le prime parole nette pronunciate a proposito del futuro di Draghi. Finora solo Berlusconi era apparso altrettanto perentorio nell'indicare che il presidente del Consiglio deve restare a Palazzo Chigi, perché lì e non al Quirinale è la sua missione. Ma Berlusconi insegue le sue illusioni e quello che dice è condizionato dall'interesse personale.
Il caso di Salvini è un po' diverso. Difficile credere che il capo della Lega stia dando una mano all'ambizione berlusconiana. Più logico pensare che stia pensando ai suoi elettori, al mondo produttivo, alla rete delle imprese che nel Nord sostiene la sigla del Carroccio. Questo mondo ha aperto un ampio credito a Draghi, al punto di accettare - come mette in chiaro di nuovo Salvini - una convivenza al governo con il Pd, nonché una rinuncia al tentativo di ottenere elezioni anticipate. Il vuoto che si aprirebbe in caso di elezione del premier al Colle spaventa o comunque crea un'incertezza di non poco conto.
È noto che uno degli argomenti preferiti da chi vede bene il trasferimento di Draghi si riassume così: non esiste un altro candidato altrettanto autorevole e capace di rappresentare al meglio l'Italia. Ma vale anche nel senso opposto: non esiste oggi un altro uomo o una donna in grado di gestire la faticosa maggioranza che sorregge l'esecutivo di quasi unità nazionale. Per cui, se è arduo immaginare un ultimo anno di legislatura che sia fruttuoso e non avvelenato dalle polemiche con Draghi a Palazzo Chigi, è pressoché impensabile che questo possa verificarsi con una persona X al posto dell'ex presidente della Bce.
Non è poi vero che la comunità economica e politica internazionale non vota, cioè non si esprime in modo esplicito sull'elezione del capo dello Stato. In realtà lo ha già fatto, se si vuole dare agli articoli del Financial Times e dell'Economist il peso che hanno. Rappresentano la voce di un mondo articolato che ha visto con estremo favore l'arrivo di Draghi alla guida del governo e ora è interessato soprattutto alla stabilità che il premier può garantire (lui a Palazzo Chigi e idealmente Mattarella al Colle, se mai fosse ancora possibile raggiungere tale risultato). Una stabilità che certo non è senza un prezzo: richiede anzi una grande fatica quotidiana al presidente del Consiglio e ai suoi collaboratori, dal momento che il sistema è inceppato e non da oggi. Tutto questo dovrebbe spingere Draghi a prendere una posizione, cioè a rendere più evidenti le sue intenzioni. Sarebbe logico. Egli resta senza dubbio la personalità più influente sulla scena italiana, ma ormai il bivio che le si apre davanti richiede una parola meno vaga di quelle pronunciate in passato.
Tutto deve ancora succedere, una volta che sia stata archiviata la legge di bilancio. Ma un assetto politico sfilacciato e precario, quale abbiamo oggi, ha bisogno di essere rassicurato, non di sprofondare nelle sue nevrosi. Un'elezione presidenziale all'insegna dello scontro tra destra e sinistra, specchio dell'equilibrio delle impotenze, è l'ultima cosa da augurarsi.