Cosa ci insegna il campionato
di Paolo Condò , di Paolo CondòQuest'anno il campionato è particolarmente avvincente perché, settimana dopo settimana, continua a contraddirsi. Okay, è una stagione ricca di brutte figure per chi cerca di prevedere gli andamenti delle varie squadre, anche perché l'analisi a posteriori è sempre logica e perfino ovvia - "non poteva che finire così" - salvo aver sostenuto l'esatto contrario soltanto due partite prima. José Mourinho, per esempio, ha tenuto sabato a Bergamo una lectio magistralis infilando la Roma più energetica della sua gestione in tutti gli spazi - molti, e molto comodi - concessi dall'Atalanta. Il risultato, un rotondo 4-1 esterno, non era atteso: per come stavano le cose, era attesa una nuova vittoria della squadra di Giampiero Gasperini, che soltanto una settimana prima, passando sul complicato campo del Verona, era sembrata l'alternativa più credibile alla favorita Inter. Mourinho viceversa era l'ex g…
Quest'anno il campionato è particolarmente avvincente perché, settimana dopo settimana, continua a contraddirsi. Okay, è una stagione ricca di brutte figure per chi cerca di prevedere gli andamenti delle varie squadre, anche perché l'analisi a posteriori è sempre logica e perfino ovvia - "non poteva che finire così" - salvo aver sostenuto l'esatto contrario soltanto due partite prima. José Mourinho, per esempio, ha tenuto sabato a Bergamo una lectio magistralis infilando la Roma più energetica della sua gestione in tutti gli spazi - molti, e molto comodi - concessi dall'Atalanta. Il risultato, un rotondo 4-1 esterno, non era atteso: per come stavano le cose, era attesa una nuova vittoria della squadra di Giampiero Gasperini, che soltanto una settimana prima, passando sul complicato campo del Verona, era sembrata l'alternativa più credibile alla favorita Inter. Mourinho viceversa era l'ex grande allenatore che i nesci - "coloro che non sanno": omaggio a Gianni Brera, della cui scomparsa ricorreva ieri il 29esimo anniversario - giudicano ormai "bollito", l'orrendo neologismo creato per descrivere chi non riesce più a ripetere le proprie opere più brillanti a causa dell'incipiente vecchiaia. In realtà era ed è lecito coltivare qualche dubbio sull'opportunità di mettere assieme un tecnico specializzato nel far salire l'ultimo gradino - che è sempre altissimo, e necessita appunto di specialisti - a una squadra ormai pronta per vincere, e una rosa che prima di arrivare all'attico avrebbe ancora qualche piano di scale da percorrere. Ma mentre noi ci ponevamo queste domande, anche sollecitati da alcune prove deludenti, Mourinho lavorava. In pubblico difendeva se stesso e la squadra in un mix nel quale è maestro, attento a non urtare il club ma subliminale nell'incessante richiesta di rinforzi; nel privato di Trigoria, però, non c'era ora del giorno che il portoghese non dedicasse alla ricerca di soluzioni. Un lavoro tattico esemplificato dal pressing che ha impedito all'Atalanta qualsiasi passaggio tranquillo, e un lavoro psicologico sulle sue stelle inconsapevoli, o sfiduciate, o ancora in progress: a Bergamo sono esplose tutte assieme - Zaniolo devastante, Abraham implacabile, Mkhitaryan euclideo, Veretout inesauribile - ed è arrivato, col grande risultato, il memento a non dimenticare mai che, nel calcio e ovviamente non solo, in ogni momento fotografiamo una realtà già vecchia. Perché qualcuno ci sta lavorando mentre noi scattiamo, e il gioco delle previsioni raramente è così approfondito da tenerne conto.
Il declino di una Juventus dominante per quasi un decennio è nato sostanzialmente da un equivoco: pensare che Cristiano Ronaldo aggiungesse il suo immenso valore alla forza della squadra, mentre invece ne copriva il calo. Massimiliano Allegri è un allenatore con caratteristiche simili a Mourinho: è il re dell'ultimo metro, il solutore geniale del rebus finale che separa una squadra forte dalla sua versione vincente. Non è un fabbricante di universi come Guardiola e Klopp, eppure è con questo compito che si sta misurando, e rispetto alle spaventose oscillazioni iniziali ha messo a posto intanto la difesa. Sta lavorando. È insensato definirlo una domenica una sciagura e quella successiva un fenomeno: è semplicemente un allenatore di vertice alle prese con un compito nuovo. Il discorso vale anche in positivo, naturalmente: non tutte sono crisi. Le difficoltà cinesi avevano portato la scorsa estate a un impressionante esodo dall'Inter: da Conte ad Hakimi, da Lukaku a Eriksen (per altri, più drammatici motivi), i campioni d'Italia avevano perso i gioielli più brillanti della corona. Beh, non era così. I gioielli veri erano i dirigenti italiani che, dietro le quinte e nello scetticismo generale, hanno indovinato ogni scelta, da Simone Inzaghi allenatore in giù, creando una squadra che è un organismo differente dal precedente: non una banale sostituzione di elementi, ma un'evoluzione della specie.
Viviamo tempi di sentenze assolute come mai prima d'ora, e su argomenti da far tremare i polsi: la concezione del bene comune, la nostra libertà personale condizionata a quella altrui, la vita stessa in gioco in un contesto di rischio inimmaginabile soltanto due anni fa. Chi è uso a calarsi negli abissi del tifo calcistico riconosce facilmente tono e metodo delle discussioni, tese a ricavare un vantaggio morale prima che materiale: la paura di non farcela semina non dubbi, ma certezze negative, sugli arbitri, sugli avversari, su chi ti dice che cosa fare "perché certamente avrà un tornaconto". È una forma di cecità che si rifiuta di comprendere i dati e i grafici sull'incidenza dei vaccini, distinguendo fra la copertura perfetta che ancora non c'è - ma legioni di persone di scienza ci stanno lavorando, come gli allenatori lavorano sui meccanismi delle loro squadre - e un calcolo delle probabilità nettamente a favore di chi si fa l'iniezione. È raro che il tifoso di un club si faccia carico dell'interesse generale, e la capziosità di certi ragionamenti - i No Vax "intellettuali" - ricalca esattamente quel tipo di tifo. Che è sempre perdente, e se fosse calcio pazienza per loro. Ma non è calcio, è salvezza collettiva.