La pandemia non è finita ma manteniamo i nervi saldi
di Elena Stancanelli , di Elena StancanelliNon è finita e a questo dobbiamo rassegnarci. Ma non è giusto pensare che siamo nella stessa situazione in cui ci trovavamo l’anno scorso di questi tempi. Basta fare un giro negli ospedali per accorgersi che le cose sono diverse, che il virus, rispetto a un anno fa, non ha davanti a sé un avversario sguarnito. Esistono trattamenti, protocolli, esiste soprattutto il vaccino, che riduce il contagio e soprattutto la potenza della malattia sul nostro corpo. Chi non aveva espresso come desiderio, la notte del 31 dicembre 2020, che arrivasse un vaccino e ci salvasse dal male?
Eravamo tutti concentrati a spingere virtualmente i ricercatori perché si sbrigassero a consegnarci l’antidoto, mentre l’epidemia arrogante faceva il suo conto alla rovescia. Ma quando finalmente quel vaccino è arrivato, non l’abbiamo accolto con l’entusiasmo che meritava. Ci siamo messi a cercarne i difetti, abbiamo storto il naso perché non era …
Non è finita e a questo dobbiamo rassegnarci. Ma non è giusto pensare che siamo nella stessa situazione in cui ci trovavamo l’anno scorso di questi tempi. Basta fare un giro negli ospedali per accorgersi che le cose sono diverse, che il virus, rispetto a un anno fa, non ha davanti a sé un avversario sguarnito. Esistono trattamenti, protocolli, esiste soprattutto il vaccino, che riduce il contagio e soprattutto la potenza della malattia sul nostro corpo. Chi non aveva espresso come desiderio, la notte del 31 dicembre 2020, che arrivasse un vaccino e ci salvasse dal male?
Eravamo tutti concentrati a spingere virtualmente i ricercatori perché si sbrigassero a consegnarci l’antidoto, mentre l’epidemia arrogante faceva il suo conto alla rovescia. Ma quando finalmente quel vaccino è arrivato, non l’abbiamo accolto con l’entusiasmo che meritava. Ci siamo messi a cercarne i difetti, abbiamo storto il naso perché non era la soluzione finale, definitiva, la parete invalicabile.
È vero, il virus non è scomparso, sta ancora lì e combatte come un maledetto Golem senza anima ma pieno di forza, sempre pronto a rialzarsi. Ma anche noi abbiamo fatto la nostra mossa. Lui poi ha fatto di nuovo la sua e adesso tocca di nuovo a noi. Andremo avanti così, per un po’. Chi vincerà? Speriamo di vincere noi, ma perché questo accada dobbiamo avere i nervi saldi. Siamo di fronte all’inedito, non ci sono soluzioni facili, questo ormai lo abbiamo capito.
Procediamo per tentativi, approssimazioni sempre meno strampalate, come si fa quando si diventa adulti. Proviamo a immaginare che uno degli effetti collaterali della pandemia, o magari del vaccino per gli irriducibili dell’idrossiclorochina, sia quello di farci diventare adulti. Abbastanza razionali da non credere né ai miracoli né ai complotti. Gente che di fronte a una catastrofe di tale portata si affida a chi ha le competenze e riconosce i risultati anche parziali. Avremmo voluto che qualcuno ci prendesse per mano e ci tirasse fuori da questo inferno, ma non è accaduto. Perché dentro l’inferno ci siamo finiti tutti, ed è per questo che continuiamo a evocare l’idea della comunità.
La comunità di adulti che dovrebbe compattarsi per combattere il virus, dovrebbe provare a mettere da una parte la furbizia e il sotterfugio. Mai come in questa circostanza cercare di fregare il proprio vicino è un tentativo suicida, perché il contagio si basa proprio su questo, sulla possibilità di trovare qualcuno distratto perché convinto di potersi fidare. Ci aspettano di nuovo mesi complicati, il virus col freddo se la spassa, e l’ultima cosa che ci serve è scannarci tra di noi.
Il vaccino è l’unica soluzione che abbiamo a disposizione in questo momento per depotenziare il virus, il Green Pass è il modo in cui mostriamo agli altri che possono fidarsi di noi. Non è molto, ma è quello che abbiamo e sul piano simbolico, in questa nostra ipotetica comunità di adulti, ha funzionato abbastanza. Noi che ci siamo vaccinati ci sentiamo fratelli e sorelle di chi si è vaccinato, di quelli per cui è stato facile e di quelli per cui è stato difficile, di chi ha avuto effetti collaterali e di chi non se n’è neanche accorto. È una comunità di adulti la nostra, dove la razionalità è ricompensata dal rispetto.
Non voglio suggerire niente sul piano sanitario perché non ne so nulla. Ma so cosa significa togliere potenza a un simbolo. Evocare i tamponi sminuisce, simbolicamente, il vaccino, che è stato il nostro rito di passaggio, che ci ha dato accesso a questa nuova comunità, che si è attrezzata per contrastare il Covid. Deve rimanere la nostra unica password per la serenità. A costo di renderlo obbligatorio.