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Colle, una coesione da costruire

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Dopo la conferenza di Draghi
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Sbaglierebbe chi volesse leggere nelle parole del presidente del Consiglio solo una disponibilità a trasferirsi tra qualche settimana al Quirinale. Draghi in realtà ha detto qualcosa di più. Si è dichiarato "a disposizione delle istituzioni", sia pure con il vezzo di definirsi un semplice "nonno": il che allude al Colle, certo, ma non esclude Palazzo Chigi. A certe condizioni, da lui spiegate per la prima volta con una precisione quasi didascalica, si può immaginare che la legislatura prosegua fino al 2023, confermando l'equilibrio di cui il presidente della Repubblica è stato il garante nel passaggio tra il Conte-2 e l'attuale esecutivo tecnico-politico.


Tale equilibrio poggia sulla cornice di quasi unità nazionale voluta da Mattarella a sostegno dell'esecutivo Draghi. Non c'è il partito di Giorgia Meloni, ma tutti gli altri, sì. Questa maggioranza larga riflette uno sforzo di coesion…

Sbaglierebbe chi volesse leggere nelle parole del presidente del Consiglio solo una disponibilità a trasferirsi tra qualche settimana al Quirinale. Draghi in realtà ha detto qualcosa di più. Si è dichiarato "a disposizione delle istituzioni", sia pure con il vezzo di definirsi un semplice "nonno": il che allude al Colle, certo, ma non esclude Palazzo Chigi. A certe condizioni, da lui spiegate per la prima volta con una precisione quasi didascalica, si può immaginare che la legislatura prosegua fino al 2023, confermando l'equilibrio di cui il presidente della Repubblica è stato il garante nel passaggio tra il Conte-2 e l'attuale esecutivo tecnico-politico.


Tale equilibrio poggia sulla cornice di quasi unità nazionale voluta da Mattarella a sostegno dell'esecutivo Draghi. Non c'è il partito di Giorgia Meloni, ma tutti gli altri, sì. Questa maggioranza larga riflette uno sforzo di coesione politica non banale, cementato dalle questioni sanitarie, sì, ma soprattutto dall'esigenza di non disperdere i fondi europei destinati ad alimentare la ripresa. Tale coesione sembra essere il bene prezioso da preservare. Il fatto che Draghi abbia sentito il bisogno di difenderla nel giorno in cui ha reso nota la sua "disponibilità" a restare nelle istituzioni, vuol dire parecchio. In primo luogo il premier si è reso conto che aveva poco senso il silenzio assoluto a proposito del tema Quirinale, il grande gioco collettivo intorno al quale gli italiani si dilettano da varie settimane, se non mesi. Così lo ha affrontato in maniera tutt'altro che elusiva e non senza qualche battuta di spirito utile per l'operazione simpatia.


In secondo luogo il presidente del Consiglio si è speso in elogi verso i partiti della maggioranza, a cui ha attribuito buona parte del merito per i successi del governo nel '21. Quanto i complimenti fossero sinceri e quanto dettati dalla convenienza, non è dato sapere e non è poi importante. Quel che conta è l'impegno del premier per tenere il più possibile compatta la coalizione sulla base di un presupposto realistico. Vale a dire: la semi unità nazionale è stata realizzata dal binomio Mattarella-Draghi, il primo nelle vesti di architetto e garante della formula, il secondo realizzatore degli obiettivi. Oggi il problema è come mantenere questo stesso equilibrio: perché è evidente che una maggioranza sbriciolata nell'elezione del capo dello Stato è una maggioranza che non esiste più nemmeno sul piano del governo. Quindi non è Draghi che minaccia di andarsene se non salirà al Colle, come pretende la "vulgata", ma è il quadro generale che si disfa se la maggioranza non regge nei giorni del Quirinale.


Al momento siamo lontani dalla convergenza sul nome dell'attuale premier. Berlusconi e la Lega si sono affrettati a chiedere "continuità", ossia che resti Draghi a Palazzo Chigi. Se coesione deve essere, è tutta da costruire. E qui sono tre i punti su cui il premier non ha dato spiegazioni, né poteva farlo. Primo, chi vuole mantenere Draghi al governo può costruire la convergenza su un altro nome destinato a svolgere lo stesso ruolo di Mattarella. Giuliano Amato avrebbe le caratteristiche. Secondo, l'eventuale intesa su Draghi deve fare i conti con l'esercito dei franchi tiratori e le loro paure da non sottovalutare. Terzo, la grande coalizione non potrebbe essere guidata "da chiunque". Senza l'attuale premier, le spinte divergenti rischiano di riemergere come il fuoco sotto la cenere.