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Il fragile equilibrio Draghi-partiti

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La logica vorrebbe che il bonomio con Mattarella fosse prolungato fino al '23. Se questo non fosse possibile, il sistema cercherà di puntellarsi intorno a un nome in grado di esercitare la stessa funzione di garanzia. Se invece la dinamica parlamentare portasse al premier, i partiti non vorranno perdere la presidenza del Consiglio
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Nel complesso rapporto tra una figura forte (Mario Draghi) e un sistema politico debole e semi-paralizzato non tutto è scontato e prevedibile. Non è scontato, ad esempio, che la debolezza dei partiti si traduca in un omaggio corale al personaggio dominante, riconosciuto come leader inevitabile. Proprio perché si tratta di un sistema giunto forse alla massima decadenza, la sua capacità di attrito è notevole. La figura forte è destinata a incontrare ostacoli inevitabili prima di affermarsi. Situazioni simili del passato insegnano qualcosa, pur nelle differenze.

Forse è azzardato il paragone con la Francia della Quarta Repubblica, ma è vero che il generale De Gaulle rimase a lungo nell'ombra prima di accettare nel 1958 la presidenza del Consiglio in un Paese lacerato dalla guerra d'Algeria. Quando lo fece, pose come condizione che fosse approvato un progetto costituzionale all'insegna del semi-presidenzialismo. In pochi…

Nel complesso rapporto tra una figura forte (Mario Draghi) e un sistema politico debole e semi-paralizzato non tutto è scontato e prevedibile. Non è scontato, ad esempio, che la debolezza dei partiti si traduca in un omaggio corale al personaggio dominante, riconosciuto come leader inevitabile. Proprio perché si tratta di un sistema giunto forse alla massima decadenza, la sua capacità di attrito è notevole. La figura forte è destinata a incontrare ostacoli inevitabili prima di affermarsi. Situazioni simili del passato insegnano qualcosa, pur nelle differenze.

Forse è azzardato il paragone con la Francia della Quarta Repubblica, ma è vero che il generale De Gaulle rimase a lungo nell'ombra prima di accettare nel 1958 la presidenza del Consiglio in un Paese lacerato dalla guerra d'Algeria. Quando lo fece, pose come condizione che fosse approvato un progetto costituzionale all'insegna del semi-presidenzialismo. In pochi mesi l'operazione fu conclusa: nacque la Quinta Repubblica e De Gaulle ne divenne il primo presidente. Il generale superò ostacoli formidabili grazie alla sua personalità, all'esser stato il liberatore della nazione occupata dai tedeschi, e anche per aver saputo collegare l'ascesa al potere a una precisa riforma delle istituzioni.

Nell'Italia di oggi, che per fortuna non è la Francia di allora, nonostante il dramma della pandemia, l'attrito dei partiti è però maggiore proprio perché manca un disegno di rinnovamento delle istituzioni. Il "semi-presidenzialismo di fatto" è espressione nebbiosa che rinvia tutto al confronto pragmatico, in Parlamento e fuori, tra la figura egemone e i rappresentanti della decadenza partitica. Ma non è detto che da questo intreccio nasca un risultato positivo. La vicenda della legge di Bilancio, approdata a Montecitorio due giorni prima della scadenza di fine anno, segnala come sempre uno squilibrio. Idem per certi aspetti non chiari della strategia anti Covid.

Un sistema esausto tende a ristagnare nei problemi più che a risolverli. Lo stesso rischia di accadere tra qualche settimana con l'elezione del capo dello Stato, passaggio cruciale per capire dove va l'Italia.

Finora è mancata sia una spinta unanime o quasi in favore del premier "disponibile" sia un accordo volto a condizionarlo, oppure a scegliere un altro nome. Nel primo caso si può pensare che i tempi non siano maturi (il Parlamento voterà dopo il 20 gennaio), ma la verità è che le forze politiche, proprio perché si sentono svuotate e in parte delegittimate, esitano a mettersi totalmente nelle mani di una figura autorevole, per certi aspetti carismatica, che peraltro non si è identificata con un piano di riassetto istituzionale, come accadde nella Francia del '58.

La seconda ipotesi - un'intesa tra i partiti deboli per condizionare il possibile presidente - è senz'altro più probabile, ma tutta da definire. Per adesso assistiamo soprattutto a manovre preparatorie. L'equilibrio delle fragilità si è retto finora sul binomio Mattarella-Draghi.

La logica vorrebbe che fosse prolungato fino al '23. Se questo non fosse possibile, il sistema cercherà di puntellarsi intorno a un nome in grado di esercitare la stessa funzione di garanzia svolta da Mattarella. Se invece la dinamica parlamentare portasse infine a Draghi, c'è da credere che i partiti non vorranno perdere la presidenza del Consiglio. Ecco il tentativo di condizionamento: evitare sette anni di "governi del presidente".