Usa e Cina, fragili giganti
di Marta Dassù , di Marta DassùGuardando ai rischi del 2022, proviamo a mettere sul tavolo una tesi controintuitiva: che il rischio americano sia essenzialmente politico e il rischio cinese sia sostanzialmente economico. Una realtà a parti rovesciate rispetto ai decenni passati.
L'America è in guerra con se stessa. La polarizzazione interna è ormai tale da generare caratteristiche patologiche per la salute della democrazia degli Stati Uniti. Si vedrà prima alle elezioni di Midterm, dove Joe Biden teme di perdere la Camera e non solo il Senato; e soprattutto con la prossima sfida presidenziale, dove i repubblicani si presenteranno nel segno del trumpismo, con o senza Trump. La debolezza politica interna degli Stati Uniti, con un partito democratico diviso in una nazione spaccata a metà, renderà più difficile la gestione di una ripresa economica che è forte ma alquanto volatile: la spirale inflattiva sembra ormai persistente, piuttosto che temporanea.
La C…
Guardando ai rischi del 2022, proviamo a mettere sul tavolo una tesi controintuitiva: che il rischio americano sia essenzialmente politico e il rischio cinese sia sostanzialmente economico. Una realtà a parti rovesciate rispetto ai decenni passati.
L'America è in guerra con se stessa. La polarizzazione interna è ormai tale da generare caratteristiche patologiche per la salute della democrazia degli Stati Uniti. Si vedrà prima alle elezioni di Midterm, dove Joe Biden teme di perdere la Camera e non solo il Senato; e soprattutto con la prossima sfida presidenziale, dove i repubblicani si presenteranno nel segno del trumpismo, con o senza Trump. La debolezza politica interna degli Stati Uniti, con un partito democratico diviso in una nazione spaccata a metà, renderà più difficile la gestione di una ripresa economica che è forte ma alquanto volatile: la spirale inflattiva sembra ormai persistente, piuttosto che temporanea.
La Cina autoritaria di Xi Jinping, che nel 2022 sigillerà il suo terzo mandato al potere, è invece di fronte a rischi economici prevalenti, di cui sono sintomo e simbolo il caso Evergrande (la bolla immobiliare), gli shock energetici e un primo serio rallentamento dei tassi di crescita da cui dipende la legittimità del regime cinese. Non esiste solo un problema di equilibri fra Stato e mercato, con il ritorno a un tasso di ingerenza politica che colpisce settori crescenti dell'economia e centrali per la crescita futura, come il digitale. La realtà è che la Cina, dopo una fase di ascesa straordinaria dalla fine degli anni '70 in poi, sembra essere arrivata a un nuovo appuntamento con la storia, quella trappola del "reddito medio" da cui dovrà tentare di uscire. Lo sta facendo, almeno apparentemente, nel modo sbagliato.
Il rischio 2022 riflette il confronto, e lo complica, tra sistemi politico-economici alternativi: la tesi di una grande "convergenza" fra forme diverse di capitalismo politico fa ormai parte dei libri di storia. E il rischio dei rischi è che la situazione attuale - una pace fredda o una seconda guerra fredda modificata, rispetto alla prima, dal tasso di integrazione economica fra le due parti - finisca per sfuggire di mano. Magari dalle parti di Taiwan.
Le debolezze intrecciate di un'America alla prova con se stessa e di una Cina alla prova del proprio sviluppo alimentano più che smussare la tensione fra le due grandi potenze del Pacifico.
In America, nonostante il parziale ritorno di Joe Biden ai tavoli internazionali e alle alleanze, nazionalismo e "astensionismo" (Afghanistan docet) dominano le percezioni di politica estera: l'unico punto di accordo bipartisan è la centralità della sfida cinese. A Pechino, nazionalismo e auto-isolamento da zero tolleranza al Covid si combinano, scaricandosi sulle rivendicazioni territoriali nel Mar cinese meridionale. Il regime cinese è convinto che l'America sia in declino e che l'Impero di centro abbia una nuova occasione storica per affermare il proprio dominio, anzitutto sull'Asia orientale.
Il centro di gravità degli equilibri globali è ormai lì, in quella regione indo-pacifica dove gli Stati Uniti stanno costruendo nuove alleanze (Quad e Aukus) e dove la Cina, che non ha alleati importanti ma interessi nazionali permanenti, si rafforza sul piano militare e utilizza la propria capacità di coercizione economica.
Lo scenario di competizione estrema fra le due superpotenze del secolo aumenta il peso contrattuale relativo della Russia di Putin: tenersi in mano la carta cinese, senza giocarla fino in fondo, è un potenziale vantaggio per il Cremlino, che vuole ottenere rassicurazioni da Washington sul futuro dello spazio ex sovietico. Joe Biden non può certo accettare le richieste già formulate da Mosca, dopo una fase di pressione militare sull'Ucraina. Ma intanto ha riconosciuto a Putin (nuova telefonata di ieri) un ruolo di interlocutore privilegiato.
Il negoziato è cominciato e continuerà con la Nato a gennaio. Un'Europa divisa sulla gestione della frontiera orientale rischia di non pesare granché sulle decisioni, mentre ne subirà comunque le conseguenze e avrà un peso importante (gasdotto Nord Stream) nella loro attuazione.
Di qui una lezione essenziale, per noi europei: economia e geopolitica non possono più essere separate. La fine dell'era Merkel segna anche la fine del vecchio mercantilismo. Per non venire scavalcata, l'Europa deve compiere alcune scelte cruciali: fra nuovo atlantismo e istinti neutrali di larga parte dell'opinione pubblica (la Grande Svizzera); fra espansione fiscale e tentazioni di ritorno a un parente prossimo del Patto di stabilità; fra accordi fra i grandi Paesi (incluso il Trattato Italia-Francia, che Roma dovrà cercare di completare con un solido aggancio a Berlino) e resistenze "sovrane" di Polonia e Ungheria.
Anche l'Europa 2022 è essenzialmente alla prova con se stessa: se il rischio americano è una nazione divisa a metà, il rischio europeo è ancora legato alla divisione fra nazioni.