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L'altra sfida del Pacifico

(afp)

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Gli effetti dell'area di libero scambio
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Il 2022 si apre con una notizia in controtendenza: la creazione di un'area di libero scambio nel Pacifico che include Cina, Australia, Giappone, Corea del Sud e altri 11 Paesi della regione, riporta con forza dirompente la globalizzazione al centro dell'equazione geopolitica. Data per morta da molti economisti, sociologi e soprattutto da Washington, il grande assente - anzi il grande perdente - di questo accordo, la globalizzazione e le sue componenti centrali - apertura commerciale e crescita economica - si confermano essenziali per allentare le tensioni politiche e militari.


Vince la Cina, che diventa portabandiera dell'apertura economica, pronta al dialogo per la crescita indipendentemente dalle tensioni politiche coi suoi vicini e che ha ottenuto concessioni importanti sul piano delle tariffe, del contenuto nazionale e del copyright che l'America e l'Europa le hanno negato con crescente ostilità. A questo punto anche Bruxelles dovrà riesaminare …

Il 2022 si apre con una notizia in controtendenza: la creazione di un'area di libero scambio nel Pacifico che include Cina, Australia, Giappone, Corea del Sud e altri 11 Paesi della regione, riporta con forza dirompente la globalizzazione al centro dell'equazione geopolitica. Data per morta da molti economisti, sociologi e soprattutto da Washington, il grande assente - anzi il grande perdente - di questo accordo, la globalizzazione e le sue componenti centrali - apertura commerciale e crescita economica - si confermano essenziali per allentare le tensioni politiche e militari.


Vince la Cina, che diventa portabandiera dell'apertura economica, pronta al dialogo per la crescita indipendentemente dalle tensioni politiche coi suoi vicini e che ha ottenuto concessioni importanti sul piano delle tariffe, del contenuto nazionale e del copyright che l'America e l'Europa le hanno negato con crescente ostilità. A questo punto anche Bruxelles dovrà riesaminare le sue politiche: non si può immaginare di essere esclusi o comunque di avere accessi sempre più difficili a quel mercato dell'Asia-Pacifico che nei prossimi dieci anni rappresenterà circa il 70% della crescita della domanda globale. Lo stesso vale per l'America, fu lei a costruire sul messaggio per il dialogo economico un processo di integrazione globale lungo un arco di sessantacinque anni. Oggi si ritrova perdente su almeno tre fronti. È spiazzata nella sua battaglia per isolare la Cina proprio sul fronte commerciale. La sua immagine - e leadership - di "potenza del Pacifico", proclamata con l'enfasi di uno spartiacque storico all'avvio dell'amministrazione Obama, subisce un colpo durissimo e non è chiaro come potrà essere recuperata. Perde nella costruzione di un ordine multilaterale a lei favorevole: non solo ha ripudiato il Tpp - Trans Pacific Partnership - , prima con Donald Trump e poi con lo stesso Joe Biden, ma prosegue con una vasto consenso del Congresso e dell'opinione pubblica lungo la strada di America First, obiettivo che appare sempre più miope e datato. Anche perché il nuovo accordo, la Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep) è molto più avanzato rispetto al Tpp e più flessibile rispetto all'Usmca (il nuovo Nafta per un accordo di libero scambio in Nord America).

 

Intanto ha raccolto il consenso di 15 Paesi della regione del Pacifico contro i 7 del Tpp. 15 Paesi che rappresentano il 30% del Gdp mondiale (26mila miliardi di dollari) e il 30% della popolazione mondiale (2,2 miliardi di persone) e formano il più grande area di libero scambio della storia. La Cina inoltre ha aggirato e rilanciato sugli obiettivi del Tpp che escludeva Pechino imponendo parametri occidentali. Oggi Pechino con il nuovo accordo avrà molta più flessibilità sul piano dei diritti sul lavoro, dei diritti civili, sulle proprietà intellettuali, del contenuto nazionale dei prodotti (40% contro 60% del Usmca) e del controllo statale sulle attività produttive. Che sia stato giusto o sbagliato per paesi come Australia, Giappone o Corea del Sud procedere lungo questa strada e fare queste concessioni alla Cina diventa oggi irrilevante sia per l'Europa che per l'America. Non si potrà ignorare che, grazie all'accordo, i 15 Paesi membri (ci sono anche Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Nuova Zelanda, Filippine, Singapore, Tailandia e Vietnam) dovrebbero aggiungere entro il 2030 209 miliardi di dollari all'anno al reddito globale e 500 miliardi di dollari al commercio globale. Che fare? Ben poco se non adeguarsi. L'unica critica all'assenza americana da questi negoziati è giunta l'8 novembre scorso con una lettera a Biden di 13 senatori repubblicani: "Se non parteciperemo al negoziato lasceremo alla Cina le redini dell'economia globale". Avrebbero dovuto pensarci prima, quando hanno ripudiato il Tpp nel 2017, seguendo Trump lungo il sentiero dell'isolazionismo.