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La nemesi di Putin

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Perché la crisi in Kazakistan può essere un problema per Mosca
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Il Kazakistan può diventare la nemesi di Putin. Mentre il presidente russo tiene l'Ucraina sotto minaccia di invasione, con una forza di centomila uomini ammassata vicino alla frontiera, e traccia una serie di "linee rosse" in vista degli incontri della prossima settimana con gli Stati Uniti e la Nato, la rivolta del gas nel più ricco e moderno Stato post-sovietico rischia di mandare in frantumi il sogno del leader del Cremlino di far rivivere l'Urss sotto mentite spoglie.


Non solo. Lo indebolisce nei negoziati, da lui stesso avviati con documenti al limite della provocazione e con il sottofondo del rumore di sciabole al confine ucraino, che si terranno lunedì a Ginevra (con gli Usa) e mercoledì a Bruxelles (con la Nato). Il presidente russo aveva calcolato di arrivarci da una posizione di forza e di imporre una visione del mondo ricalcata sull'atlante geopolitico della guerra fredda. Tutto il pacchetto di proposte lanciato da Mosca …

Il Kazakistan può diventare la nemesi di Putin. Mentre il presidente russo tiene l'Ucraina sotto minaccia di invasione, con una forza di centomila uomini ammassata vicino alla frontiera, e traccia una serie di "linee rosse" in vista degli incontri della prossima settimana con gli Stati Uniti e la Nato, la rivolta del gas nel più ricco e moderno Stato post-sovietico rischia di mandare in frantumi il sogno del leader del Cremlino di far rivivere l'Urss sotto mentite spoglie.


Non solo. Lo indebolisce nei negoziati, da lui stesso avviati con documenti al limite della provocazione e con il sottofondo del rumore di sciabole al confine ucraino, che si terranno lunedì a Ginevra (con gli Usa) e mercoledì a Bruxelles (con la Nato). Il presidente russo aveva calcolato di arrivarci da una posizione di forza e di imporre una visione del mondo ricalcata sull'atlante geopolitico della guerra fredda. Tutto il pacchetto di proposte lanciato da Mosca ha lo scopo di creare un cuscinetto strategico a protezione della Russia. Qualcuno ha parlato di una "nuova Yalta".
Ora, con il Kazakistan in rivolta, Putin, più che la figura di Stalin, evoca quella di Breznev, che inviò i carri armati sovietici e dei membri del Patto di Varsavia a Praga per soffocare la Primavera di Dubcek. Ad Almaty sono arrivate ieri le truppe dell'Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto), un patto di mutuo soccorso militare che lega sei ex repubbliche sovietiche: oltre a Russia e Kazakistan, la Bielorussia, l'Armenia, il Kirghizistan e il Tagikistan. Per giustificarne l'attivazione è stata evocata, dalla solita aggressiva portavoce del ministero degli Esteri russo, una presunta "sobillazione di agenti esterni", soprattutto americani. Accuse definite "folli" dalla Casa Bianca: il clima che si prepara per l'incontro di lunedì a Ginevra sembra vicino al gelo siberiano. Al di là delle motivazioni di facciata (una sorta di articolo 5 della Nato in salsa russa), resta netta l'impressione che Putin contempli lo spazio ex-sovietico come la provincia dell'impero russo, che vuole ricreare. E questo vale, sempre in vista dei negoziati a Ginevra e Bruxelles, anche per l'Ucraina (o per la Georgia), cui il neo-zar vuole vietare l'ingresso nella Nato in un futuro vicino e lontano (visto che lui resterà presumibilmente al Cremlino fino almeno al 2034).


Perciò il Kazakistan, e prima ancora la Bielorussia, possono essere la sua nemesi. Perché le contestazioni di piazza sono la dimostrazione che le popolazioni locali non ne vogliono sapere di una sopravvivenza artificiale dell'Urss. Il Kazakistan, come la Bielorussia, sia pure con condizioni socio-economiche profondamente diverse, sono eredità politiche sovietiche al cento per cento. Nursultan Nazarbaev, il padre-padrone del Kazakistan, è stato il primo ministro della Repubblica sovietica del Kazakistan e poi primo segretario del Partito comunista, filiale locale del Pcus. È rimasto presidente del nuovo Stato indipendente, dopo la morte dell'Unione Sovietica, fino al 2019 quando ha messo un suo vassallo, l'attuale presidente Kassim-Zhomart Tokaev, al suo posto e la figlia (che molti considerano la sua vera erede) alla presidenza del Senato, lasciando però a se stesso la guida del Consiglio di sicurezza, di fatto la vera leva di comando del Paese. I rivoltosi ne hanno abbattuto la statua. Vuol dire che le luci sfavillanti dei palazzi di Astana (la capitale ribattezzata Nursultan in un eccesso di culto della personalità), grattacieli avveniristici firmati da architetti di grido, non riescono ad accecare una popolazione che non intende restare ancora suddita di un impero delocalizzato.


Non è un caso che il primo che ha aderito all'appello di Mosca per inviare le truppe del Csto in Kazakistan sia la fotocopia di Nazarbaev, quel Lukashenko che ha rubato le elezioni, ha fatto fuggire in esilio o incarcerato i suoi principali oppositori, ha usato i profughi come arma di ricatto per l'Occidente, e ha trasformato il suo Paese, come ha detto il Nobel per la letteratura Svetlana Alexievich, nell'intervista pubblicata ieri dal nostro giornale, in un "Arcipelago Gulag a misura di Bielorussia": un sistema concentrazionario degno dei racconti di Solzhenitsyn.
Per la Russia di Putin, come accadeva per l'Urss e perfino per la Russia zarista, la vera posta in gioco - per la quale il presidente russo ha fatto il grande rilancio al tavolo del poker con Usa e Nato - è il controllo della massa continentale euroasiatica. Kazakistan e Bielorussia sono i due pilastri a Est e a Ovest su cui si regge il controllo. Se scricchiolano, anziché un novello zar Putin rischia di diventare un'anatra zoppa.