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La strategia di Salvini

(ansa)

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Il segretario della Lega e il governo
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A che gioco sta giocando Matteo Salvini? E che ruolo intende svolgere nella partita che si aprirà a Montecitorio dal 24 gennaio con l'elezione del futuro presidente? Perché qualcosa di molto strano e senza precedenti sta accadendo negli ultimi giorni. Il segretario della Lega ha deciso di inabissarsi, di sparire quasi dalla scena politica. Non rilascia interviste, si contano su una mano le apparizioni televisive, non sembra più lui. Ha lasciato che il più "draghiano" dei suoi ministri, Giancarlo Giorgetti, ponesse un esiziale veto all'introduzione dell'obbligo vaccinale per tutti i lavoratori e una serie di limitazioni al Super Green Pass. Ha evitato di pronunciarsi sulla "disponibilità" espressa a fine anno dal capo del governo a ricoprire altri incarichi istituzionali. Ha lanciato infine ieri, a freddo, una provocazione sul passaggio al nucleare indirizzata con nome e cognome proprio al presidente del Consiglio: &quo…

A che gioco sta giocando Matteo Salvini? E che ruolo intende svolgere nella partita che si aprirà a Montecitorio dal 24 gennaio con l'elezione del futuro presidente? Perché qualcosa di molto strano e senza precedenti sta accadendo negli ultimi giorni. Il segretario della Lega ha deciso di inabissarsi, di sparire quasi dalla scena politica. Non rilascia interviste, si contano su una mano le apparizioni televisive, non sembra più lui. Ha lasciato che il più "draghiano" dei suoi ministri, Giancarlo Giorgetti, ponesse un esiziale veto all'introduzione dell'obbligo vaccinale per tutti i lavoratori e una serie di limitazioni al Super Green Pass. Ha evitato di pronunciarsi sulla "disponibilità" espressa a fine anno dal capo del governo a ricoprire altri incarichi istituzionali. Ha lanciato infine ieri, a freddo, una provocazione sul passaggio al nucleare indirizzata con nome e cognome proprio al presidente del Consiglio: "Con chi sta Draghi, col passato o col futuro?" Quasi a volerlo sfidare, stanare, provocare appunto.


Il fatto è che Salvini, un po' come l'altro Matteo nell'inverno 2015, si è convinto di avere in mano il boccino decisivo, nella partita del presidente. E non è affatto detto che non sarà così, alla prova dei fatti. E non solo perché il centrodestra ha un numero di grandi elettori che risulterà alla fine determinante nella soluzione finale. Il leghista non si è limitato a proporre un incontro a tutti gli altri leader di partito a stretto giro per definire un "metodo" comune sul Colle. In realtà, l'ex ministro dell'Interno in questi giorni li sta chiamando tutti, uno per uno, da Letta a Conte, da Speranza a Renzi (più di ogni altro): a "360 gradi", come ama dire lui. Poi, coi 5 Stelle - ritrovati sulla linea morbida del fronte vaccinale - è di nuovo idillio. Si è convinto, l'ex ministro dell'Interno, che alla fine è con i vecchi alleati che farà asse nell'elezione del capo dello Stato. Con Di Maio è feeling ritrovato, dietro le quinte. E a tutti, senza distinzione, va ripetendo che l'ex presidente della Bce dovrebbe restare al suo posto perché "è un fuoriclasse" e perché solo lui può tenere in piedi la baracca Chigi di suo altrimenti assai precaria, come dimostrano le recenti fibrillazioni. Si potrebbe invece scegliere un altro nome, per il Colle, purché gradito al centrodestra: ovvero a lui.


Silvio Berlusconi? Ecco, non proprio. Non esattamente il prescelto. Ora, è stato di sicuro frutto di un estemporaneo sfogo, quel che è sfuggito l'altra sera al ministro leghista del Turismo Massimo Garavaglia, a margine del tesissimo Consiglio dei ministri sulle misure anti Covid. Rivolto ai colleghi forzisti Brunetta, Gelmini, Carfagna avrebbe pronunciato un lapidario e poco diplomatico: "Se continuate così, il vostro Berlusconi se lo sogna il Quirinale". Un incidente, ma rende il clima nel centrodestra. In realtà, il Salvini sempre più convinto di essere il vero kingmaker in campo, ha per la stessa ragione paura di bruciarsi assieme al Cavaliere, se alla quarta fatidica votazione dovessero mancare al fondatore di Forza Italia decine se non un centinaio di voti.


Il segretario - mai un fulmine di guerra nei momenti cruciali della sua vita politica - preferisce perciò eclissarsi, in attesa di capire che strada imboccare. Al momento, la via più impervia sarebbe quella preferita: convincere l'amico Silvio a compiere il "grande sacrificio", un passo indietro da "uomo della Patria". In favore di chi, resta un'incognita anche per lo stesso Salvini, per ora.
I colloqui con Mario Draghi sono sì riservati ma più frequenti di quanto si sappia in giro. Nei suoi confronti, come va ripetendo, non c'è un veto. Ma le ultime mosse del premier lo hanno "deluso": l'ultimo decreto sui vaccini obbligatori per gli over 50 viene considerata dai leghisti tutti - tornati uniti come non accadeva da oltre un anno - una mediazione al "ribasso" (la Lega pretendeva la soglia dei 60).


Detto questo, se poi Draghi dovesse risultare l'unica soluzione possibile, quando i giochi sarano fatti, fra tre settimane, allora Salvini ritiene che l'esperienza di governo vada conclusa lì. L'esecutivo "Ursula più uno", per di più senza Super Mario, non interessa a nessuno in casa Lega. Nemmeno ai governativi Giorgetti&C. A quel punto, l'ordine sarà di abbandonare la nave. Il loro leader si farà gli ultimi dodici mesi dall'opposizione, sparando a pallettoni su Palazzo Chigi, come piace a lui, come sa fare lui. O si muoverà subito per l'opzione elettorale. Tutto pur di recuperare consensi all'avversaria interna Giorgia Meloni. L'occhiolino strizzato ai No Vax nonostante i duecentomila contagi al giorno in fondo risponde a questa esigenza: di non vaccinati ce ne sono 5 milioni e mezzo in circolo, la gran parte in età da voto. Strategie e sogni di gloria che da qui alle prossime settimane dovranno fare i conti col generale Omicron.