Una dopo l'altra le immagini e le notizie che provengono dalle diverse regioni e città italiane, da qualche giorno a questa parte, sembrano riportare le lancette dell'orologio indietro di 22 mesi. Con le stesse parole che si ripetono: ospedali al collasso, personale sanitario sfinito, posti letto esauriti, fino agli ospedali da campo montati in tutta fretta, e quel video della notte scorsa all'Ospedale Cervello di Palermo che fa accapponare la pelle. Un déjà vu inaccettabile, dopo tutto questo tempo e tutti i denari arrivati alla sanità, perché - e basta scorrere i decreti e le leggi di bilancio per vederlo - soldi il governo ne ha messi. Impantanati? O forse spesi nelle mille emergenze, nella massiccia campagna vaccinale, nei tamponi necessari a mandare a scuola e al lavoro chi non ha voluto vaccinarsi... Concediamo il beneficio del dubbio: molti di quei tanti soldi non sono impantanati. Ma di certo non sono serviti a riparare i difetti …
Una dopo l'altra le immagini e le notizie che provengono dalle diverse regioni e città italiane, da qualche giorno a questa parte, sembrano riportare le lancette dell'orologio indietro di 22 mesi. Con le stesse parole che si ripetono: ospedali al collasso, personale sanitario sfinito, posti letto esauriti, fino agli ospedali da campo montati in tutta fretta, e quel video della notte scorsa all'Ospedale Cervello di Palermo che fa accapponare la pelle. Un déjà vu inaccettabile, dopo tutto questo tempo e tutti i denari arrivati alla sanità, perché - e basta scorrere i decreti e le leggi di bilancio per vederlo - soldi il governo ne ha messi. Impantanati? O forse spesi nelle mille emergenze, nella massiccia campagna vaccinale, nei tamponi necessari a mandare a scuola e al lavoro chi non ha voluto vaccinarsi... Concediamo il beneficio del dubbio: molti di quei tanti soldi non sono impantanati. Ma di certo non sono serviti a riparare i difetti della macchina così ben evidenti già nella primavera del 2020.
Per vederlo chiaramente proviamo davvero a guardare la scena in quei maledetti giorni di due anni circa fa, a riascoltare gli esperti mentre condannano l'assetto della sanità italiana, in massima parte organizzata con gli ospedali al centro e nessuno che badi alle persone vicino a casa loro; mentre stigmatizzano l'inefficienza dei medici di base che sembravano allora (e sembrano ancora) comparse imbelli nella lotta al virus; mentre si chiedono perché i nostri anziani siano così longevi ma malmessi e si rispondono che diversamente non può essere, senza nessuno che si occupi delle malattie croniche legate all'età (dal diabete all'ipertensione alle deficienze polmonari e così elencando). Questo leggevamo mesi e mesi fa, morti e morti di Covid fa. E ci saremmo aspettati una rapida azione riparatrice. Spostamento dei servizi sul territorio, vicino ai malati, piani per tenere a bada la cronicità, organizzazione dei medici e dei pediatri di base tale da metterli davvero a disposizione dei cittadini. Invece, non è andata così. E oggi, come 22 mesi fa, tutti corrono in ospedale senza respiro.
Nella sua relazione al Parlamento alla fine del 2021, ovvero pochi giorni fa, il ministero della Salute dettaglia come impiegherà i fondi del Pnrr nel 2022. E parla di un nuovo modello organizzativo della rete di assistenza sanitaria territoriale di cui darci notizie più concrete nel prossimo giugno, parla di case e di ospedali di comunità, di telemedicina. Insomma, dice che da qui a un semestre le regioni definiranno dei piani. Dei piani di ciò che andava fatto in tutta fretta due anni fa. Certo, l'obiezione sarà: ma è il Pnrr, mica potevamo metterci mano prima! Vediamola dal lato opposto: erano tutte cose da fare, un elenco di cose fare e spuntare, e lo sapevano tutti benissimo. Perché aspettare di inquadrarsi nel grande gioco del Pnrr? Lo stato di emergenza e i tanti soldi già sul tappeto avrebbero permesso di fare molto. In ogni singola Regione. Perché le Regioni sono deputate dalla riforma del Titolo V a organizzare la sanità. E in alcuni casi hanno reagito: basta vedere la rapidità con cui hanno dato seguito alla indicazione del governo del marzo 2020 di istituire le Usca (Unità speciali di continuità assistenziale) per accudire a casa i pazienti Covid. Resta però che la misura, calibrata con i numeri della pandemia del marzo 2020, si è poi dimostrata del tutto insufficiente sia con l'andamento dei malati nella seconda ondata e vieppiù in questa che ci sta colpendo ora.
Ma uno sguardo freddo a quanto accaduto ci mostra chiaramente che le Regioni hanno resistito al Covid grazie alla straordinaria resilienza del personale sanitario e delle strutture, hanno vaccinato i cittadini solo quando è arrivato il generale Figliuolo a metterle in riga. Il Covid-19 non ha fatto altro che sottolineare drammaticamente una storia vecchia di 20 anni: Regioni virtuose che hanno retto e anche innovato (non abbastanza però sennò dai nosocomi non arriverebbero notizie così allarmanti), Regioni in panne che in panne restano e affondano, Regioni che affrontano la pandemia grazie alla forza e ricchezza dei loro ospedali ma che non hanno spostato una virgola nell'organizzazione della sanità articolata attorno agli ospedali. Come se i morti di Bergamo non avessero insegnato niente.