Al netto delle incognite causate dal Covid, mancano poco più di quindici giorni alla seduta comune del Parlamento in vista del voto sul presidente della Repubblica. E per quanto gli scenari che filtrano dai palazzi romani siano suggestivi, la realtà racconta di un sistema politico che cerca una rotta e non la trova. Per cui oggi è più facile sottolineare quel che è inverosimile anziché mettere in luce ciò che è probabile.
È inverosimile, in primo luogo, che si realizzi la "continuità" suggerita da quanti pensano in buona fede che il passaggio eventuale di Draghi al Quirinale non produca contraccolpi nella maggioranza di governo chiamata a procedere fino al 2023 come se nulla fosse, guidata da un nome - un tecnico - imposto dal neopresidente ai partiti liquefatti. Prima prova sul campo del "semi presidenzialismo di fatto" da qualcuno auspicato, ma non previsto dalla Costituzione e certo destinato …
Al netto delle incognite causate dal Covid, mancano poco più di quindici giorni alla seduta comune del Parlamento in vista del voto sul presidente della Repubblica. E per quanto gli scenari che filtrano dai palazzi romani siano suggestivi, la realtà racconta di un sistema politico che cerca una rotta e non la trova. Per cui oggi è più facile sottolineare quel che è inverosimile anziché mettere in luce ciò che è probabile.
È inverosimile, in primo luogo, che si realizzi la "continuità" suggerita da quanti pensano in buona fede che il passaggio eventuale di Draghi al Quirinale non produca contraccolpi nella maggioranza di governo chiamata a procedere fino al 2023 come se nulla fosse, guidata da un nome - un tecnico - imposto dal neopresidente ai partiti liquefatti. Prima prova sul campo del "semi presidenzialismo di fatto" da qualcuno auspicato, ma non previsto dalla Costituzione e certo destinato a incontrare la resistenza di un sistema partitico sconnesso e quindi arroccato. L'idea della "continuità" tradisce una visione delle istituzioni che tende a rimuovere gli aspetti complessi e anche drammatici dell'attuale fase; eppure proprio i recenti eventi in materia sanitaria dimostrano che una politica mediocre in una cornice debole accresce e non riduce le difficoltà di chi deve dirigerla.
Ne deriva che un'intesa su Draghi capo dello Stato deve essere preceduta da un patto ferreo sul governo: la sua formula, il suo orizzonte e naturalmente chi lo deve guidare. Il più esplicito su questo è stato Matteo Renzi ed è difficile dargli torto. Naturalmente il tema è presente anche agli altri capi partito, ma il problema è che manca un regista dell'operazione. Sette anni fa fu proprio Renzi, attraverso un accordo momentaneo con Bersani, a promuovere la candidatura di Mattarella. Adesso, in un quadro deteriorato, non si riesce ancora a guardare oltre la nebbia. Draghi sarebbe senz'altro in grado di negoziare un assetto di governo: con la stessa maggioranza di oggi o con una diversa, se Salvini decidesse di collocarsi all'opposizione nell'anno pre-elettorale. Ma il presidente del Consiglio non può essere al tempo stesso l'artefice del nuovo patto di governo e l'uomo che si prepara a lasciare Palazzo Chigi per andare al Quirinale. In tal caso dovrebbe agire, prima del 24 gennaio, come regista a favore di un altro o di un'altra. Avendo in mente una formula credibile e un programma definito per quanto riguarda l'attuazione del Pnrr. E non solo: la legge elettorale è tema sottovalutato dal punto di vista mediatico, ma resta cruciale, un ostacolo non aggirabile.
Ora, non è realistico che sia il premier l'uomo a farsi carico di una simile missione per conto di una personalità terza. È molto logico che siano i partiti a trattare sulla formula politica (con o senza la Lega, con o senza Berlusconi, con quale grado di coinvolgimento dei 5S) e sul resto. Ma qui si entra in un tunnel. Difficilmente le forze politiche potrebbero accettare un tecnico alla guida del governo nel momento in cui si dispongono - questa è l'ipotesi - a eleggere Draghi alla presidenza. Vorrebbero un esponente della società politica (mai così a rischio di sostanziale delegittimazione). Ma una simile figura è destinata a determinare nuovi conflitti tra i partiti e, c'è da crederlo, anche all'interno di qualche partito assai diviso in correnti e con forti rivalità personali. Quindi si torna al punto di partenza, come nel gioco dell'oca.