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Perché la Dad è un'occasione persa

(ansa)

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Avremmo potuto utilizzarla a scuola per migliorare la didattica tradizionale. Un super potere in più nel nostro arsenale, e non l'ultima spiaggia dove naufragare
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Forse è il caso di dirsi, con onestà e anche con umiltà, che sulla Dad come Paese in questi due anni abbiamo perso una grande occasione. L'occasione di farla diventare una vera forma di didattica, non qualcosa da attivare solo prima della fine del mondo, come quei pulsanti che ti espellono dall'abitacolo prima che esploda; ma piuttosto un set di strumenti da usare per migliorare la didattica tradizionale. Un super potere in più nel nostro arsenale e non l'ultima spiaggia dove naufragare.

Invece se oggi siamo qui ad evocarla come se fosse il male assoluto, mentre cerchiamo di resistere all'ennesima, imprevista ondata del virus, è perché non siamo stati capaci di vederne, oltre ai limiti, anche le potenzialità; non siamo stati capaci di ammettere che se finora complessivamente non aveva funzionato (non ha funzionato, questo è pacifico), la colpa non era dello strumento (il digitale, il computer, la distanza), ma di…

Forse è il caso di dirsi, con onestà e anche con umiltà, che sulla Dad come Paese in questi due anni abbiamo perso una grande occasione. L'occasione di farla diventare una vera forma di didattica, non qualcosa da attivare solo prima della fine del mondo, come quei pulsanti che ti espellono dall'abitacolo prima che esploda; ma piuttosto un set di strumenti da usare per migliorare la didattica tradizionale. Un super potere in più nel nostro arsenale e non l'ultima spiaggia dove naufragare.

Invece se oggi siamo qui ad evocarla come se fosse il male assoluto, mentre cerchiamo di resistere all'ennesima, imprevista ondata del virus, è perché non siamo stati capaci di vederne, oltre ai limiti, anche le potenzialità; non siamo stati capaci di ammettere che se finora complessivamente non aveva funzionato (non ha funzionato, questo è pacifico), la colpa non era dello strumento (il digitale, il computer, la distanza), ma di come lo abbiamo utilizzato. Male, malissimo.

Non sono opinioni: lo dimostrano i risultati sui livelli di apprendimento mancati in questi due anni; e i dati, drammatici, sul disagio psicologico vissuto dagli studenti (ma c'è anche il disagio dei docenti da considerare: essersi trovati senza preparazione a dover fare lezione e gestire una classe in modalità inedite con strumenti che non padroneggiano affatto. Un disagio enorme, vissuto a volte persino con rabbia, come se gli studenti ne fossero i colpevoli).

Questa impreparazione, questo senso di inadeguatezza, questi macroscopici errori anche da parte di coloro che hanno preteso di continuare a fare lezione online come se fossero in classe, non tenendo conto dei differenti tempi di attenzione, della diversa fatica che si fa a seguire un discorso davanti ad un video e ignorando i moltissimi strumenti interattivi e di partecipazione che invece possono rendere la didattica a distanza interessante se non addirittura divertente.

Tutto ciò era in qualche modo giustificato nella primavera del 2020 quando ci trovammo tra i primi al mondo esposti alla furia del Covid e provammo ad issare barricate con quel che avevamo, là dove era possibile. Allora non si poteva fare molto di più: non conoscevamo le piattaforme, molti ragazzi erano senza pc, altri addirittura senza Rete. Allora il disastro fu insomma inevitabile (anche se va riconosciuto che senza la Dad quell'anno scolastico sarebbe stato perso per tutti. E quindi: grazie Dad).

Ma adesso no. Adesso, davanti all'impennata dei contagi, avremmo dovuto fare quello che si fa quando piove: aprire con serenità l'ombrello. E non dire: avevamo detto che non avrebbe piovuto e l'ombrello non lo apriamo. Ma per farlo in questi due anni avremmo dovuto fare una riflessione vera su come il digitale può migliorare la didattica tradizionale, su come cambiare le lezioni, i laboratori e le interrogazioni, su come fornire in fretta ai docenti le competenze necessarie a questa nuova scuola di cui tutti sentiamo il bisogno ma che non abbiamo mai tempo di progettare.

E invece siamo tornati indietro: sì, certo, la scuola in presenza è insostituibile. È insostituibile se non c'è una guerra, o un terremoto, o una pandemia. Perché allora il digitale serve, eccome se serve. Tanto più che i nostri figli tramite gli smartphone, i computer e le console dei videogame imparano ogni giorno cose nuove, scoprono mondi, coltivano amicizie, vivono amori e passioni. Tutto possono fare a distanza e in digitale. Tranne che fare gli studenti.