Nella rete complessa di procedure e istanze che amministrano la giustizia, tanto più in una vicenda di dimensione internazionale come l'assassinio di Giulio Regeni, si rischia di non cogliere l'importanza di una decisione quale quella assunta lunedì 10 gennaio fa dal Tribunale di Roma. Con le richieste indirizzate dal giudice dell'udienza preliminare, Roberto Ranazzi, al governo italiano, qualunque margine residuale di ambiguità si è esaurito: e la politica viene chiamata a svolgere, finalmente, il proprio ruolo.
Il giudice sollecita le autorità pubbliche italiane e, in particolare, il ministero della Giustizia e gli apparati dello Stato ad agire per ottenere informazioni circa il domicilio dei quattro appartenenti alla National Security Agency (Nsa), indicati dalla Procura di Roma come i responsabili della morte di Regeni. Ciò al fine di notificare loro l'iscrizione nel registro degli indagati e consentire lo svolgimento del …
Nella rete complessa di procedure e istanze che amministrano la giustizia, tanto più in una vicenda di dimensione internazionale come l'assassinio di Giulio Regeni, si rischia di non cogliere l'importanza di una decisione quale quella assunta lunedì 10 gennaio fa dal Tribunale di Roma. Con le richieste indirizzate dal giudice dell'udienza preliminare, Roberto Ranazzi, al governo italiano, qualunque margine residuale di ambiguità si è esaurito: e la politica viene chiamata a svolgere, finalmente, il proprio ruolo.
Il giudice sollecita le autorità pubbliche italiane e, in particolare, il ministero della Giustizia e gli apparati dello Stato ad agire per ottenere informazioni circa il domicilio dei quattro appartenenti alla National Security Agency (Nsa), indicati dalla Procura di Roma come i responsabili della morte di Regeni. Ciò al fine di notificare loro l'iscrizione nel registro degli indagati e consentire lo svolgimento del processo a loro carico.
Dunque, un'attività investigativa da condurre utilizzando qualsiasi tipo di fonte utile e, soprattutto, un impegno politico e diplomatico. Ovvero azioni di pressione affinché si realizzi, infine, "un'interlocuzione" efficace con il regime egiziano per ottenere la "cooperazione giudiziaria", sempre annunciata e sempre risoltasi in un nulla di fatto. E, in particolare, per ricevere risposta alla rogatoria rivolta alla Procura del Cairo nell'aprile del 2019. Non solo: nell'ordinanza del Gup si ipotizza una soluzione normativa della quale è stata la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, la prima a parlare: la possibilità, cioè, di notificare i capi di imputazione presso lo stato di appartenenza degli indagati, qualora non fossero rintracciabili i domicili degli stessi.
In altre parole, si chiede al governo italiano di fare ciò che non hanno mai voluto o potuto fare gli esecutivi succedutesi dal 2016 a oggi. Da parte dell'attuale governo, qualche segnale positivo. L'avvocatura dello Stato, già costituitasi parte civile per conto del nostro Paese, si è associata alle richieste indirizzate dal Gup al governo. Questa dimensione tutta politica della iniziativa che ora va intrapresa solleva una questione rimasta finora irrisolta. Quali strumenti di pressione e quali forme di condizionamento, quale capacità di negoziato e quale peso politico diplomatico l'Italia è in grado di esercitare nei confronti dell'Egitto? Finora è come se il nostro Paese vi avesse completamente rinunciato. In questi anni, i successivi governi hanno definito un "amico" il despota Al-Sisi; e non hanno attuato alcun programma di intervento incisivo nel campo delle relazioni tra i due Paesi: e, ancor meno, di quelle tra l'Europa e lo Stato nordafricano.
Tutto questo in nome di una "strategia del Mediterraneo" che si è rivelata, alla resa dei conti, niente più che la solita politichetta dell'ammuina ispirata da interessi mediocri e da prospettive di corto respiro. Non c'è stata nell'ambito dei rapporti bilaterali una sola iniziativa che avesse un peso capace di indurre il regime di Al-Sisi ad ascoltare l'Italia, a rispettarne la sovranità, ad accogliere la sua domanda di verità e di giustizia: non nei rapporti economici e commerciali, non in quelli culturali e turistici, né in quelli militari e nemmeno in quelli sportivi.
E così, in questi sei anni, tra Egitto e Italia, ha prevalso una rasserenante e rassicurante normalità politico-diplomatica. Come se nulla fosse accaduto: come se un nostro connazionale non fosse stato ucciso per mano di funzionari di quel regime. In proposito, la parabola della delegazione diplomatica italiana in Egitto è eloquente. Sin dal primo momento, i familiari di Giulio Regeni hanno sollecitato il ritiro dell'ambasciatore italiano al Cairo. Cosa effettivamente avvenuta l'8 aprile del 2016. Ma poi, alla vigilia del ferragosto del 2017, nel pomeriggio di un torrido lunedì, il governo ha deciso il ritorno dell'ambasciatore al Cairo. Con la motivazione che, così, avrebbe potuto seguire "più da vicino e con maggiore efficacia" la cooperazione giudiziaria tra la procura di Roma e quella del Cairo.
Il fallimento, va detto, è stato totale. Ora, il richiamo dell'ambasciatore in Italia può essere riproposto come una misura utile? Francamente, penso di sì, se non altro perché è l'unica in grado di certificare, inequivocabilmente, lo stato di crisi delle relazioni tra Italia ed Egitto. Ed è in una tale dimensione di crisi politico-diplomatica che può essere assunta una iniziativa capace di affrontare il regime egiziano, di incalzarlo, di chiamarlo in causa in tutte le sedi internazionali e di concludere alleanze con altri Paesi che possano, a loro volta, esercitare un'adeguata pressione.
Contro l'ipotesi di questa misura, sono soliti insorgere gli ossequiosi cultori della Realpolitik da circolo del tennis (numerosi alla Farnesina e nello stesso governo): tutti appassionati di Risiko e devoti del cancelliere von Bismarck, più per pavidità che per intelligenza strategica. Ma, da loro, non una sola proposta alternativa, in grado di dare efficacia e forza all'iniziativa italiana.
Lo status quo, al quale condannano il nostro Paese, è una condizione torpida e inerte, nella quale la sovranità dello Stato italiano è ulteriormente mortificata e Giulio Regeni viene oltraggiato ancora una volta.