Dopo settimane di manovre evasive, di parole vuote, in cui i principali giocatori dicevano quello che volevano negare e negavano quello che pensavano veramente, la partita del Quirinale sembra improvvisamente offrire qualche elemento di chiarezza. La nebbia si sta alzando nel campo di Agramante, quel centrodestra che finora è sembrato una schiera oplitica a difesa del suo anziano campione. Si moltiplicano infatti i segnali che si possa essere a un punto di svolta, chissà magari proprio al vertice ristretto di domani convocato nella villa romana di Berlusconi. È come se il fondatore della destra italiana fosse diventato per i suoi alleati il cànapo del palio di Siena, quel robusto cordone che impedisce la "mossa". Caduto lui, i cavalli possono finalmente partire. Fuori di metafora, Salvini non può essere libero di portare avanti alcuna credibile trattativa con Pd e Cinque Stelle finché resta ancorato alla candidatura di Berlusconi. Si…
Dopo settimane di manovre evasive, di parole vuote, in cui i principali giocatori dicevano quello che volevano negare e negavano quello che pensavano veramente, la partita del Quirinale sembra improvvisamente offrire qualche elemento di chiarezza. La nebbia si sta alzando nel campo di Agramante, quel centrodestra che finora è sembrato una schiera oplitica a difesa del suo anziano campione. Si moltiplicano infatti i segnali che si possa essere a un punto di svolta, chissà magari proprio al vertice ristretto di domani convocato nella villa romana di Berlusconi. È come se il fondatore della destra italiana fosse diventato per i suoi alleati il cànapo del palio di Siena, quel robusto cordone che impedisce la "mossa". Caduto lui, i cavalli possono finalmente partire. Fuori di metafora, Salvini non può essere libero di portare avanti alcuna credibile trattativa con Pd e Cinque Stelle finché resta ancorato alla candidatura di Berlusconi. Si andrebbe avanti con i minuetti almeno fino alla quarta votazione, perdendo tempo e aumentando i rischi di un passaggio già molto complicato. Non da ultimo per i pericoli di alimentare qualche cluster di contagi tra i Grandi elettori.
Non è un caso che fonti del Pd, alla notizia della convocazione del vertice di centrodestra, abbiano subito fatto trapelare la soddisfazione di Enrico Letta, che auspica "l'inizio di una discussione vera sul Quirinale e su un patto di legislatura". Una discussione "vera", finora impedita dalla testarda determinazione del Cavaliere a non mollare l'ultima partita della vita. I segnali di una crescente libertà d'azione dei leghisti si moltiplicano. Non è ancora un rompete le righe, ma ci assomiglia molto e rende più credibile l'ambizione di Salvini di essere tra i kingmaker di questa elezione. Nell'intervista di 5 giorni fa a questo giornale il braccio destro del leader, Lorenzo Fontana, già parlava di andare oltre la candidatura di Berlusconi, facendo ballare davanti al Cavaliere il fantasma di Prodi e dei franchi tiratori. Ieri poi è stato il turno del capogruppo del Carroccio, Riccardo Molinari, con l'evocazione di un "piano B" nel caso Berlusconi risultasse troppo divisivo e non avesse i voti necessari. Messaggi espliciti, mandati dagli uomini più vicini al segretario leghista. Il quale ieri ha aggiunto il suo carico pesante, contraddicendo la posizione di Forza Italia sul futuro dell'esecutivo. Avanti comunque con questo governo, anche senza Draghi, dice Salvini. Anzi, se serve che entrino tutti i leader di maggioranza, gli "assi di briscola", al posto dei tecnici. È un pressing fortissimo su Berlusconi, a cui i leghisti stanno togliendo ogni via d'uscita che non sia la resa incondizionata. In controluce si avverte l'eco di conversazioni e accordi già stretti almeno con una parte del Parlamento per una candidatura comune. Il filo tra Salvini e Matteo Renzi è costante, anche Giuseppe Conte e Luigi Di Maio sono stati sondati. I centristi di Toti e Brugnaro, pur formalmente nel centrodestra, si muovono già in uno schema post-berlusconiano.
Se questa trama dovesse andare in porto, l'accordo comprenderebbe per forza di cose anche il futuro della legislatura. E dovrebbe allargarsi anche alla composizione del nuovo governo e alla persona del premier, soprattutto nel caso Draghi traslocasse sul Colle. Forse non è una coincidenza che, proprio nel giorno dello smarcamento dalla candidatura di Berlusconi, la Lega abbia iniziato a porre le premesse per una nuova proiezione programmatica dell'esecutivo. Che abbia come base uno scostamento di bilancio "importante". A farsi ambasciatore di questa impostazione è stato Giancarlo Giorgetti, che sembra rientrato in sintonia con il leader del Carroccio. La Lega chiede 30 miliardi di nuovo deficit per venire incontro alle esigenze di imprese e famiglie alle prese con il caro energia. Dal Mef e da palazzo Chigi al momento rispondono senza entusiasmi, riducendo di molto la disponibilità finanziaria (uno o due miliardi) da trovare comunque nelle pieghe del bilancio già approvato. Ma a sentire la Lega di governo si tratta di una prudenza dettata solo dai tempi. Draghi avallerebbe una richiesta al Parlamento di maggiore deficit, ma solo dopo la chiusura della partita del Quirinale.
Dunque tutto improvvisamente è entrato in movimento. Un'accelerazione che sembrava impensabile solo fino a pochi giorni fa. Se queste sono le premesse, non è azzardato ipotizzare un'intesa ampia, che possa arrivare al nuovo presidente della Repubblica già al primo voto, modello Ciampi. Si vedrà nelle prossime 48 ore se i fili tirati oggi porteranno davvero a qualcosa di concreto. Ma sarebbe sbagliato sottovalutare la capacità di reazione di Berlusconi, che potrebbe pretendere dai suoi giovani soci un estremo atto di fedeltà.