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Negoziati con la Russia, non basta lo status quo

Il presidente russo Vladimir Putin (reuters)

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Le posizioni sono inconciliabili: il confronto continuerà sul filo della tensione, con il rischio che possa sfuggire di mano. Un ruolo di particolare responsabilità spetterà all'Europa
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Quale bilancio possiamo fare della settimana di vertici con la Russia? Ha rispettato le attese: toni fermi e minacce, niente rotture insanabili, un processo fragile che potrebbe comunque avviarsi, equilibri di forza che stentano a ridefinirsi. Non poteva essere altrimenti.

Vladimir Putin fa come se la sconfitta dell'Urss non fosse avvenuta: vuole ripristinare spazi d'influenza e limitare le sovranità ai suoi confini e parlarne direttamente con gli Stati Uniti senza troppi riguardi per l'Europa.

L'Occidente non può concederglielo, perché la sicurezza collettiva non si può spartire per aree geografiche e l'autodeterminazione degli Stati sui loro destini e schieramenti non è negoziabile. Posizioni inconciliabili: il confronto continuerà sul filo della tensione, con il rischio che possa sfuggire di mano.

Eppure, a oltre trent'anni dalla fine della Guerra fredda e con i principali protagonisti resi diversi dallo scorrere …

Quale bilancio possiamo fare della settimana di vertici con la Russia? Ha rispettato le attese: toni fermi e minacce, niente rotture insanabili, un processo fragile che potrebbe comunque avviarsi, equilibri di forza che stentano a ridefinirsi. Non poteva essere altrimenti.

Vladimir Putin fa come se la sconfitta dell'Urss non fosse avvenuta: vuole ripristinare spazi d'influenza e limitare le sovranità ai suoi confini e parlarne direttamente con gli Stati Uniti senza troppi riguardi per l'Europa.

L'Occidente non può concederglielo, perché la sicurezza collettiva non si può spartire per aree geografiche e l'autodeterminazione degli Stati sui loro destini e schieramenti non è negoziabile. Posizioni inconciliabili: il confronto continuerà sul filo della tensione, con il rischio che possa sfuggire di mano.

Eppure, a oltre trent'anni dalla fine della Guerra fredda e con i principali protagonisti resi diversi dallo scorrere degli eventi, è poco realistico pensare che possa bastare lo status quo.

Gli Stati Uniti, anzitutto. Non più protagonisti di un mondo unipolare, ma partecipi più o meno riluttanti del disordine planetario; concentrati sulle drammatiche divisioni all'interno; preoccupati soprattutto della minaccia strategica cinese; ansiosi di poter contare su alleati in grado di salvaguardarsi da soli. Le priorità dell'America sono altrove: Mosca ai suoi occhi, diversamente dalla percezione europea, non è più un nemico credibile, ma al più un avversario pericoloso da contenere senza farlo troppo scivolare nell'orbita di Pechino, con la deterrenza delle sanzioni più che con quella degli arsenali. Oggi Joe Biden fa ancora leva sull'Alleanza Atlantica, ma domani un rieletto presidente Trump farebbe altrettanto?

La Russia, poi. Certo, non è più l'Unione sovietica: più debole geopoliticamente, sovraesposta militarmente, indebolita economicamente. Ma non è neppure quella, frastornata e imbelle, degli anni di Eltsin. Gli interventi negli scenari di crisi hanno reso più efficiente il suo strumento militare, il nucleare è sempre lì, il prezzo dei prodotti energetici ha ridato fiato alle casse statali, l'orgoglio nazionale compatta ancora l'opinione pubblica. Putin è abile a sfruttare ogni spazio libero, a condizionare le forniture energetiche, a ricorrere alle guerre ibride e alle operazioni cibernetiche.

Fin dove si spingerà? Maestro di tattica, ha fatto dell'imprevedibilità un'arma che compensa le debolezze. Verosimile che finisca per aggiustare i suoi obiettivi alla realtà. Con alcune linee rosse, tuttavia: un negoziato diretto e paritario con gli Usa, un'assicurazione quanto più possibile esplicita che nessuna minaccia occidentale gli venga dal suo estero vicino, un sistema pattizio in materia di armamenti nucleari intermedi e di movimenti di truppe che lo garantisca senza troppo limitarne i movimenti. Il tempo d'altra parte lavora a suo favore: ogni soldato in più ai confini dell'Ucraina aumenta le divisioni in Europa e alimenta i distinguo nello spazio transatlantico.

L'Europa, infine. Negli anni post Guerra fredda non ha davvero contato con le sue istituzioni in materia di sicurezza. La Nato e l'Osce, ambiti dei colloqui con i russi, sono organizzazioni di Stati. Anche Washington consulta gli europei soprattutto come governi. È un fatto, una debolezza per noi in momenti di retrenchment americano e assertività russa, ma difficilmente modificabile almeno nel breve periodo.

Non resta che prenderne atto: valutare obiettivamente gli interessi europei, che non possono prescindere dal rapporto transatlantico, ma neppure - fermi i nostri valori, alleanze e una credibile deterrenza - dalla contiguità geopolitica e economico-energetica con Mosca; partecipare alla ridefinizione dell'architettura europea di sicurezza che le nuove realtà internazionali potranno innestare.

Un ruolo di particolare responsabilità spetterà, in questo contesto, ai maggiori Paesi europei - non a caso Putin ha invitato a Mosca Mario Draghi - per aiutare a gestire il processo con realismo, rafforzarne gli aspetti pattizi e definire misure che attenuino la sfiducia reciproca. Sarebbe un danno se la soluzione fosse solo russo-americana.