Pensare la guerra è arte che, grazie a Dio, gli europei hanno dimenticato da decenni. Eppure, per millenni, i nostri antenati hanno vissuto coniugando vita, pensieri, politica e tecnologia, sulla guerra, non sulla pace. Lo studioso Hans Delbrück, nella monumentale Storia dell'arte della guerra nel contesto della storia politica, in attesa di edizione italiana, osserva come la cultura dei popoli sia forgiata dal modo di combattere.
I Persiani scendevano in campo con maestà, certi che sfarzo e imponenza dei loro carri, cavalli, armature intimidissero i nemici, ma i fanti greci a Maratona, 490 a.C., erano schierati per nuclei di conoscenti, amici, familiari e fuggire davanti a loro era vergognoso. Socrate, in fuga dopo la rotta alla battaglia di Delio, 424 a.C., si tiene stretto a un gruppo di commilitoni, scampando alla carneficina che cadde su chi restava da solo. I romani diedero "articolazioni" alla falange macedone, rendendola flessibile ma Annibale…
Pensare la guerra è arte che, grazie a Dio, gli europei hanno dimenticato da decenni. Eppure, per millenni, i nostri antenati hanno vissuto coniugando vita, pensieri, politica e tecnologia, sulla guerra, non sulla pace. Lo studioso Hans Delbrück, nella monumentale Storia dell'arte della guerra nel contesto della storia politica, in attesa di edizione italiana, osserva come la cultura dei popoli sia forgiata dal modo di combattere.
I Persiani scendevano in campo con maestà, certi che sfarzo e imponenza dei loro carri, cavalli, armature intimidissero i nemici, ma i fanti greci a Maratona, 490 a.C., erano schierati per nuclei di conoscenti, amici, familiari e fuggire davanti a loro era vergognoso. Socrate, in fuga dopo la rotta alla battaglia di Delio, 424 a.C., si tiene stretto a un gruppo di commilitoni, scampando alla carneficina che cadde su chi restava da solo. I romani diedero "articolazioni" alla falange macedone, rendendola flessibile ma Annibale, a Canne, 216 a.C., usò la capacità di ritirarsi dei suoi, capolavoro tattico ancora studiato nelle accademie.
Forse fu la miracolosa visione di San Pietro e Paolo con la spada a persuadere Attila a ritirarsi dall'Italia, nel 452 d.C., più probabilmente l'impossibilità di foraggiare i suoi cavalli, come uso nelle steppe. I cavalieri cristiani erano in difficoltà contro i rivali islamici e mongoli, capaci di ritirate improvvise, perché il codice d'onore medievale li obbligava a inseguimenti che finivano in tragedia. Ma nel 1260, alla battaglia di Ayn Jalut, la Fonte di Golia in Galilea, i Mamelucchi egiziani guidati da Qutuz e Baibar non caddero nella trappola delle ritirate improvvise, la loro disciplina era superiore all'orgoglio e inflissero ai mongoli di Kitbuga la prima disfatta. Ad Agincourt, nel 1415, la tecnologia del longbow, l'arco lungo inglese, fece strage del fiore della cavalleria francese.
Il generale americano Colin Powell parlava di "modello americano della guerra", costruire un tank più del nemico, nel 1944 i cantieri Usa producevano una nave in una settimana. Fu un geniale matematico sovietico, Andrei Kolmogorov, a indicare a Stalin un nuovo algoritmo per l'artiglieria contro Hitler, inutile cercare di far centro a ogni colpo, meglio piazzare comunque il proiettile, anche solo scheggiando la corazza di un carro armato, ci pensavano poi le buche a fermarlo.
Nel XXI secolo ci illudevamo, speravamo, che la guerra fosse diventata tabù del passato, come lo scrittore Alberto Moravia predicava al Parlamento europeo: invece i venti di guerra in Ucraina, Taiwan, nel Sahel ci costringono a un duro esame di coscienza. Di nuovo, come i nostri padri, i nostri figli potrebbero vedersi costretti a "pensare la guerra" e tocca a noi, con realismo, non lasciarli impreparati: quando chiesero a uno stratega tedesco perché lo stato maggiore italiano fosse stato sorpreso a Caporetto, nel 1917, rispose "perché non studiano Clausewitz!".
Assediando l'isola di Taiwan, il presidente cinese Xi Jinping è cosciente delle forze in campo, due milioni di uomini contro 163.000, una flotta di 260.000 unità contro una di 40.000, 395.000 aerei contro 35.000, 120.000 missili a 0. La scelta è politica, non militare, e se la sorte di Taiwan non vi appassiona, ricordate che produce fino al 65% dell'elettronica per computer, la sua conquista darebbe a Pechino un vantaggio storico.
Putin sa pensare bene la guerra, al Kgb, dove si è formato, era materia di studio. Con gli attacchi in Georgia, Siria, Crimea e Ucraina, ha messo l'Occidente sulla difensiva per 22 anni e sa di avere ora il tempo giusto per il raid contro Kiev, il gelo rende la prateria percorribile dai tank, prima che il fango viscido della rasputizja, nel disgelo primaverile, inchiodi i cingoli come per i nazisti.
E nel Sahel, dal Mar Rosso all'Atlantico, lambendo milioni di esseri umani, sconvolti da cambio climatico, emigrazione e guerre civili, i combattenti locali vivono la guerra come solo modo di essere, alla stregua dei miliziani afghani dall'invasione russa nel 1979.
Il saggio diplomatico svedese Carl Bildt ammonisce "l'Europa non è mai stata così vicina alla guerra da decenni" e l'America di Biden, sfiduciata da conflitti senza esito, con Obama che non è voluto intervenire né in Siria né in Ucraina, si lecca le ferite.
Budget militari dell'Unione, eserciti, investimenti, tecnologia (pure computer e web sono prodotti bellici), sono temi che noi europei ignoriamo a nostro rischio. Se non torneremo a "pensare la guerra", sarà la guerra a pensare a noi.
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