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Quirinale, il centrodestra nella terra di mezzo

Giorgia Meloni, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini (ansa)

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Riuscirà il blocco Lega-Forza Italia-Fratelli d'Italia a far pesare in modo decisivo i suoi voti nella scelta del nome? E Berlusconi, una volta fallito il suo tentativo personale, lascerà spazio a un'altra candidatura o farà terra bruciata?
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A meno di una settimana dalla riunione del Parlamento, la questione di fondo non riguarda quante probabilità ha Berlusconi di essere eletto, perché a tale eventualità non crede quasi nessuno. Invece l'interrogativo è: riuscirà il centrodestra a far pesare in modo decisivo i suoi voti (diciamo da 420 a 450) nella scelta del nome, il che segnerebbe un evento non trascurabile nella storia politica del Paese. Un presidente di centrodestra - ma non Berlusconi - eletto da una maggioranza ristretta: il blocco Forza Italia, Lega, FdI, gruppi minori più una frangia proveniente dal Misto.

Lo stesso Renzi ha detto al Corriere di non avere preclusioni di principio a votare un candidato di quella parte politica, se il profilo lo convincesse (e in tal caso, ha aggiunto, lo farebbe senza aspettare le decisioni di Pd e 5S). Per arrivare a un simile esito, tuttavia, la strada è accidentata, a dire poco.

In primo luogo, c'è da considerar…

A meno di una settimana dalla riunione del Parlamento, la questione di fondo non riguarda quante probabilità ha Berlusconi di essere eletto, perché a tale eventualità non crede quasi nessuno. Invece l'interrogativo è: riuscirà il centrodestra a far pesare in modo decisivo i suoi voti (diciamo da 420 a 450) nella scelta del nome, il che segnerebbe un evento non trascurabile nella storia politica del Paese. Un presidente di centrodestra - ma non Berlusconi - eletto da una maggioranza ristretta: il blocco Forza Italia, Lega, FdI, gruppi minori più una frangia proveniente dal Misto.

Lo stesso Renzi ha detto al Corriere di non avere preclusioni di principio a votare un candidato di quella parte politica, se il profilo lo convincesse (e in tal caso, ha aggiunto, lo farebbe senza aspettare le decisioni di Pd e 5S). Per arrivare a un simile esito, tuttavia, la strada è accidentata, a dire poco.

In primo luogo, c'è da considerare l'ostinazione di Berlusconi. Molti si aspettano che all'ultimo, prima dell'inizio degli scrutini, il fondatore di Forza Italia faccia un gesto di rinuncia, avendo costatato che gli mancano i numeri. E che magari nell'occasione avanzi il nome di Draghi, così da apporre il sigillo politico all'operazione. È possibile, ma non probabile, dato il carattere dell'uomo: al momento dobbiamo affidarci a ipotesi e speculazioni.

L'altro aspetto riguarda Salvini: è in grado di rivestire il ruolo del "regista" a cui aspira? Di certo il capo della Lega vuole cogliere l'opportunità di un presidente espressione della destra. I nomi che egli sta proponendo in giro, nei suoi colloqui informali, frenati peraltro dalla lealtà ancora dovuta a Berlusconi, sono quelli di Marcello Pera e Letizia Moratti. Nessuno dei due finora sembra in grado di ottenere i voti del centrosinistra.

C'è anche un terzo nome che resta sullo sfondo, quello del presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati. Avrebbe il vantaggio, diciamo così, di liberare la presidenza di Palazzo Madama a cui potrebbe aspirare un esponente del Pd. Ma un simile scambio, va detto, sembra non proponibile per mille ragioni, compreso il fatto che la legislatura è prossima alla fine.

In ogni caso sembra arrivato il tempo di iniziative meglio strutturate. Enrico Letta ha già fatto la sua mossa: un patto di legislatura e un presidente al di sopra delle parti (Draghi, tra le righe). Il problema - a parte le divisioni nel campo del centrosinistra - è che un simile patto può essere logico, ma i tempi sono stretti e la volontà di trattare per ora è molto vaga.

A destra è chiaro che Salvini, se vuole accreditarsi come gran tessitore, deve mettere le carte in tavola: far capire se i suoi colloqui definiscono una strategia concordata a monte, con il vertice dello schieramento, oppure sono solo un modo per guadagnare tempo.

E infatti l'altro quesito è il seguente: Berlusconi, una volta fallito il suo tentativo personale, lascerà spazio a un'altra candidatura del centrodestra, chiunque sia? Ovvero farà terra bruciata, preferendo a quel punto un nome super partes o addirittura una personalità della sinistra in grado di dargli alcune garanzie?

I dubbi rimangono. Il bandolo della matassa, se così si può dire, è nelle mani della destra. Ma le idee sono confuse e non si può escludere che in caso di grave paralisi un Parlamento spaventato (le elezioni anticipate restano un'ipotesi non troppo remota) torni a rivolgersi a Mattarella.