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Il lockdown dei ragazzi

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Come risarciremo i giovani chiusi in casa
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Quando, all'inizio della pandemia, i "giovani" uscivano la sera e pervicacemente si assembravano li trattavamo da irresponsabili. Non avete capito che così facendo spargete il virus come incenso da un turibolo e appestate le città, uccidendo i più deboli, cioè noi?! Li abbiamo fatti sentire in colpa quando sgattaiolavano fuori per accoppiarsi. Mi porti in casa la peste! Non ti basta fare sesso virtuale, scambiarti dei bei messaggi erotici e poi arrangiarti da solo/a? Li abbiamo chiusi a chiave nelle loro stanzette, piazzandoli davanti a uno schermo. Gli abbiamo impedito persino di andare a scuola pur di salvarci la vita. E loro, anziché ucciderci uno a uno, si sono piegati alle circostanze, sono tornati ad abitare nelle loro stanzette di adolescenti, nelle case dei genitori che faticosamente erano riusciti a lasciare. Hanno indossato tute e calzettoni e si sono seduti. E oggi, due anni dopo l'inizio di questo inferno sono ancora l&i…

Quando, all'inizio della pandemia, i "giovani" uscivano la sera e pervicacemente si assembravano li trattavamo da irresponsabili. Non avete capito che così facendo spargete il virus come incenso da un turibolo e appestate le città, uccidendo i più deboli, cioè noi?! Li abbiamo fatti sentire in colpa quando sgattaiolavano fuori per accoppiarsi. Mi porti in casa la peste! Non ti basta fare sesso virtuale, scambiarti dei bei messaggi erotici e poi arrangiarti da solo/a? Li abbiamo chiusi a chiave nelle loro stanzette, piazzandoli davanti a uno schermo. Gli abbiamo impedito persino di andare a scuola pur di salvarci la vita. E loro, anziché ucciderci uno a uno, si sono piegati alle circostanze, sono tornati ad abitare nelle loro stanzette di adolescenti, nelle case dei genitori che faticosamente erano riusciti a lasciare. Hanno indossato tute e calzettoni e si sono seduti. E oggi, due anni dopo l'inizio di questo inferno sono ancora lì. Ormai non abbiamo più neanche bisogno di chiederglielo. Sarà l'avanzata trionfale della variante Omicron, sarà la mestizia di non vedere la fine, ma quei ragazzi e quelle ragazze non escono più, si sono rassegnati. I locali sono vuoti, le strade deserte, di feste non si parla più, la parola discoteca è scomparsa dal vocabolario. Ufficialmente non c'è nessun lockdown, ma nelle nostre città vagano infreddoliti e mogi solo adulti che raggiungono il posto di lavoro, donne e uomini che si riforniscono di cibo e poi corrono di nuovo nelle loro abitazioni.

 

Ogni tanto alziamo la testa e ci diciamo: ma i ragazzi? Non gli farà male stare tutto il giorno davanti al computer? Non è che in quel silenzio abissale dietro la porta sempre chiusa stanno covando malattie mentali incurabili, mostruose devianze della personalità? Non è che vaccinati e al riparo dal virus, stanno diventando dei serial killer? Quando potremo finalmente riaprire quella porta, quando ci sentiremo di nuovo abbastanza al sicuro da poterli liberare, vedremo uscire degli zombie? Chissà se sarà di nuovo possibile una pace sociale tra giovani e adulti o se gli abbiamo inferto una ferita immedicabile, un dolore che ce li ha resi nemici per sempre. Qualunque cosa accadrà, sarà bene ricordarci che sono loro ad aver salvato il mondo. I medici, gli infermieri, gli scienziati che hanno creato il vaccino e i giovani, tutti. Ragazzi e ragazze che sapendo di correre un rischio minimo in caso di infezione, hanno evitato che attraverso i loro giovani corpi il virus si spostasse allegramente da una parte all'altra del mondo.

 

Come intendiamo ringraziarli, cosa faremo per risarcirli? Alcuni di loro hanno sofferto moltissimo, altri meno, ma a tutti sono stati tolti due anni di esperienze, di promiscuità, di viaggi. Due anni in cui crescere facendo errori, nel confronto fisico con l'altro, nella libertà. Due anni senza possibilità di essere spregiudicati, che è forse il modo migliore per diventare adulti: senza pregiudizi, sperimentando. Adesso siamo spaventati, sentiamo il rischio che la situazione finisca fuori controllo. Ma la nostra reazione rispetto alla loro sofferenza è la solita preoccupazione: poverini, sono tanti tristi, come se la caveranno? Ma se anziché controllarli, se anziché misurare la pressione della loro angoscia mentale, provassimo a pensare che cosa fargli trovare fuori quando tutto questo sarà finito? Negli ultimi due anni tutte le nostre forze sono state spese per mantenere in vita una popolazione adulta. Per non far precipitare l'economia nel baratro abbiamo immaginato ristori, risorse, bonus. Era la cosa giusta da fare. Ma adesso che stiamo per riaprire le porte di quelle stanzette, dovremmo smettere di pensare a noi e cominciare a pensare a loro. E non solo in termini di medicalizzazione della sofferenza. Noi adulti dobbiamo essere curati, preservati. Noi prendiamo le medicine, facciamo yoga, beviamo le tisane. I giovani devono vivere, devono correre, devono mangiare tutto quello che c'è. E perché possano farlo, noi dobbiamo consegnargli un mondo che loro possano manipolare, trasformare, ribaltare. Un mondo con le maglie larghe. Dobbiamo smettere di volerli curare. Piuttosto facciamogli spazio e ascoltiamo quello che avranno da dirci.