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La paralisi non aiuta Draghi

(ansa)

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Per il Quirinale ogni schieramento ha fatto la sua mossa, ma non c'è un accordo
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Non è la bonaccia delle Antille, bensì quella del Parlamento e della politica. Una bonaccia paralizzante di cui non s’intravede la prospettiva. Può durare due giorni, una settimana o chissà. Di fatto ogni schieramento ha fatto la sua mossa, tra incertezze e sottintesi. Il centrodestra, con Salvini, ha tentato di aggirare la testardaggine berlusconiana mettendo in circolo alcuni nomi, nessuno dei quali accettabile a sinistra. Sull’altro versante il piccolo vertice dei tre alleati - Enrico Letta, Conte e Speranza - ha offerto una generica disponibilità a trattare su un nome condiviso, ma ha avanzato di fatto due veti: uno, scontato, verso la candidatura di Berlusconi; l’altro, verso i nomi fin qui adombrati, appunto, dalla controparte, a cominciare da quello di Pera. È ciò che significa la frase “nessuno ha un diritto di prelazione”: ossia la destra, secondo Letta e gli altri, non può sentirsi legittim…

Non è la bonaccia delle Antille, bensì quella del Parlamento e della politica. Una bonaccia paralizzante di cui non s’intravede la prospettiva. Può durare due giorni, una settimana o chissà. Di fatto ogni schieramento ha fatto la sua mossa, tra incertezze e sottintesi. Il centrodestra, con Salvini, ha tentato di aggirare la testardaggine berlusconiana mettendo in circolo alcuni nomi, nessuno dei quali accettabile a sinistra. Sull’altro versante il piccolo vertice dei tre alleati - Enrico Letta, Conte e Speranza - ha offerto una generica disponibilità a trattare su un nome condiviso, ma ha avanzato di fatto due veti: uno, scontato, verso la candidatura di Berlusconi; l’altro, verso i nomi fin qui adombrati, appunto, dalla controparte, a cominciare da quello di Pera. È ciò che significa la frase “nessuno ha un diritto di prelazione”: ossia la destra, secondo Letta e gli altri, non può sentirsi legittimata a imporre l’ipotetico profilo del presidente in base a un presunto e contestato vantaggio nel numero dei grandi elettori.


In sostanza, siamo fermi in alto mare. Il centrodestra (FI, Lega, FdI e gruppi minori) in teoria potrebbe forzare la situazione per imporre un nome. Ma fin qui è bloccato dall’equivoco Berlusconi e quando esso sarà superato - perché lo sarà - c’è da dubitare che il contraddittorio schieramento abbia la determinazione e la coesione necessarie per vincere una battaglia frontale. Il centrosinistra, a sua volta, è fermo a una proposta di metodo: la ricerca di un nome “condiviso” - ma i veti non aiutano di certo - e un vago “patto di legislatura” per stendere una rete a protezione del tratto di strada fino al 2023.


Si potrebbe pensare che la stasi favorisca Draghi, come molti dicono. In effetti sembra lo scenario perfetto: da un lato un sistema politico imballato, dall’altro una figura autorevole che si staglia su tutti e non nasconde la propria disponibilità. «Non possiamo perdere Draghi...» è la frase che si sente più spesso in questi giorni. Eppure nessuno finora ha avanzato il nome del presidente del Consiglio in modo netto e convinto. Si dirà che non è opportuno dare un colore politico al premier, nemmeno in forma indiretta. Ma la verità è forse un’altra: nessuno, né a sinistra né a destra, è pronto a prendere una posizione chiara. I dubbi sull’ipotesi Draghi attraversano entrambi gli schieramenti. In parte nascono da genuini timori circa il destino del governo, che sarebbe decapitato proprio nel momento in cui serve una figura autorevole per la gestione dei fondi, della crisi energetica, ovviamente della pandemia. Tuttavia questi stessi dubbi hanno a che fare con rivalità e tatticismi tipici di forze in crisi di leadership e identità.
Sta di fatto che a cinque giorni dalla riunione del Parlamento i capi partito non sono ancora riusciti, o non hanno voluto, sedersi insieme intorno a un tavolo. Forse lì potrebbe emergere in modo più trasparente il nome di Draghi. Di certo verrebbero a galla le vere riserve. La principale delle quali, oltre alle due già citate, riguarda la difficoltà di ricostruire un governo capace di arrivare al termine della legislatura senza perdere colpi rispetto all’Europa. Draghi dal Quirinale può offrire all’Unione un certo tipo di garanzie; ma l’esecutivo si dirige da Palazzo Chigi ed è in quella sede che si possono fare errori dalle conseguenze imprevedibili. Il nodo quindi rimane lo stesso: prima l’intesa sul governo, poi il presidente della Repubblica.