Con il Covid in Italia sono aumentate le diseguaglianze, come da ultimo ha documentato il rapporto Oxfam. Sono aumentati anche sia i poveri perché privi di lavoro sia i poveri nonostante il lavoro. Non è un fenomeno solo italiano, ma in Italia l’incidenza di lavoratori poveri è particolarmente elevata, ormai stabilizzata attorno all’11-12 per cento se si utilizza la definizione Eurostat, ovvero ci si riferisce a lavoratori che abbiano lavorato almeno sette mesi in un anno e vivono in famiglie povere. Sarebbero di più se si considerassero anche coloro che hanno lavorato meno tempo, come suggerisce il rapporto del Gruppo di lavoro sugli interventi e le misure di contrasto alla povertà lavorativa.
Le cause sono più di una. Anzi, si può parlare di una catena che produce povertà nonostante il lavoro: bassi salari, spesso uniti anche a part time involontario e precarietà, un rapporto tra percettori di reddit…
Con il Covid in Italia sono aumentate le diseguaglianze, come da ultimo ha documentato il rapporto Oxfam. Sono aumentati anche sia i poveri perché privi di lavoro sia i poveri nonostante il lavoro. Non è un fenomeno solo italiano, ma in Italia l’incidenza di lavoratori poveri è particolarmente elevata, ormai stabilizzata attorno all’11-12 per cento se si utilizza la definizione Eurostat, ovvero ci si riferisce a lavoratori che abbiano lavorato almeno sette mesi in un anno e vivono in famiglie povere. Sarebbero di più se si considerassero anche coloro che hanno lavorato meno tempo, come suggerisce il rapporto del Gruppo di lavoro sugli interventi e le misure di contrasto alla povertà lavorativa.
Le cause sono più di una. Anzi, si può parlare di una catena che produce povertà nonostante il lavoro: bassi salari, spesso uniti anche a part time involontario e precarietà, un rapporto tra percettori di reddito e consumatori familiari squilibrato, che fa sì che il reddito disponibile sia inadeguato, una insufficiente azione redistributiva da parte del sistema di welfare. È a motivo di questa concatenazione di cause che si può dare il paradosso per cui un lavoratore può avere un salario molto basso o intermittente eppure avere una possibilità di consumo adeguata ai suoi bisogni, se vive in una famiglia in cui ci sono altri percettori di reddito. È il caso di molti giovani e donne. Viceversa un lavoratore può avere un reddito da lavoro modesto, ma nella norma, e tuttavia essere povero se il suo è l’unico reddito in una famiglia con più componenti. È un rischio che corrono più spesso i lavoratori con redditi modesti che vivono in famiglie mono-reddito: per lo più uomini, ma anche madri sole. A livello individuale, infatti, il rischio di essere poveri a causa di basse retribuzioni è particolarmente elevato per i lavoratori occupati solo pochi mesi all’anno, per i lavoratori a tempo parziale e per gli autonomi. È anche più elevato per i giovani di entrambi i sessi e per le donne con responsabilità familiari, riducendo la possibilità dei primi di farsi una famiglia se lo desiderano e rendendo difficile alle seconde uscire da un rapporto insoddisfacente, quando non violento.
A livello familiare, a questi fattori di rischio si aggiungono la composizione del nucleo e il numero di percettori. La famiglia, infatti, rispetto ai rischi di povertà si presenta come un Giano bifronte. Può avere un ruolo protettivo in quanto in essa si condividono redditi e redistribuiscono risorse; anche se troppo spesso nelle analisi e nelle politiche si dà per scontato che questa condivisione avvenga sempre e segua il principio di a ciascuno secondo i suoi bisogni, il che non è sempre vero. D’altra parte, proprio perché la famiglia è ambito di condivisione e redistribuzione, può essere causa di povertà quando le risorse che potrebbero esser sufficienti per qualcuno non bastano per tutti. Accanto ai troppi “lavoretti” parziali e intermittenti che sempre più stanno sostituendo il lavoro regolare e ai salari troppo bassi, una delle cause della povertà nonostante il lavoro in Italia è la forte incidenza di famiglie monoreddito, specie se ci sono figli minori. Quindi, il basso tasso di occupazione delle donne, specie se hanno figli, sono poco qualificate e vivono nel Mezzogiorno, è uno degli elementi della catena che produce povertà.
Per contrastare la povertà lavorativa, quindi, sono certamente necessari, come suggerito dal Gruppo di lavoro, l’introduzione di un salario minimo almeno a partire dai settori che presentano più criticità, e una misura di in work-benefit che integri salari troppo bassi, soprattutto di coloro che – davvero paradossalmente come denuncia anche Oxfam - sono esclusi sia dagli 80 euro sia dalla riforma fiscale perché troppo poveri. Ma sono anche necessari interventi che sostengano l’occupazione femminile, specie delle madri, sul versante sia delle politiche attive del lavoro sia delle misure di conciliazione famiglia-lavoro, a partire dai servizi educativi e di cura per la prima infanzia e la diffusione capillare del tempo pieno nella scuola dell’obbligo. Misure che permetterebbero alle madri di stare nel mercato del lavoro e allo stesso tempo funzionerebbero da strumenti di pari opportunità per i loro figli.