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Se manca l'interesse della nazione

(ansa)
Verso l'elezione del Quirinale
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Nel dibattito tra e nei partiti sulla scelta del prossimo presidente della Repubblica sembra costantemente mancare un fattore che invece dovrebbe essere teoricamente decisivo. L'interesse nazionale. Cosa serve al Paese? Quali sono le sfide che lo attendono? Quali gli obiettivi? Interrogativi basilari in un fisiologico confronto democratico. Domande che indirizzerebbero non tanto la scelta del candidato, ma che libererebbero le forze politiche da quel fardello di sospetti che le appesantisce anche nel rapporto con l'opinione pubblica.


Basti allora pensare a quel che è accaduto ieri. Giuseppe Conte e Matteo Salvini si sono incontrati dopo un periodo in cui certo le loro relazioni non sono state idilliache. La fine del primo governo gialloverde aveva lasciato intatti i suoi strascichi. Che ora appaiono svaniti o almeno ridimensionati. Intendiamoci: in politica il risentimento e il rancore sono solo il segno di una debolezza. Le situazioni cambiano, gli interessi si corre…

Nel dibattito tra e nei partiti sulla scelta del prossimo presidente della Repubblica sembra costantemente mancare un fattore che invece dovrebbe essere teoricamente decisivo. L'interesse nazionale. Cosa serve al Paese? Quali sono le sfide che lo attendono? Quali gli obiettivi? Interrogativi basilari in un fisiologico confronto democratico. Domande che indirizzerebbero non tanto la scelta del candidato, ma che libererebbero le forze politiche da quel fardello di sospetti che le appesantisce anche nel rapporto con l'opinione pubblica.


Basti allora pensare a quel che è accaduto ieri. Giuseppe Conte e Matteo Salvini si sono incontrati dopo un periodo in cui certo le loro relazioni non sono state idilliache. La fine del primo governo gialloverde aveva lasciato intatti i suoi strascichi. Che ora appaiono svaniti o almeno ridimensionati. Intendiamoci: in politica il risentimento e il rancore sono solo il segno di una debolezza. Le situazioni cambiano, gli interessi si correggono insieme ad esse. Ma è appunto questo il nucleo centrale della vacuità attuale: quell'incontro è servito a discutere l'interesse nazionale o l'interesse dei singoli partiti? La sensazione è che l'esigenza di accantonare il passato e ricostituire una nuova forma, anche transitoria, di alleanza "gialloverde" sia determinata dai bisogni del momento. Conte e Salvini sono probabilmente in disaccordo su tutto tranne che sulla contrarietà a eleggere Mario Draghi al Quirinale. Scelta legittima. Ma al di là del futuro dell'attuale presidente del Consiglio, questo ricostituito centro direzionale "grillo-leghista" si presenta connotato non dal perseguimento dell'interesse nazionale ma da quello partitico. Si tratta certo di una convergenza temporanea, che non ha alcun carattere politico. Se non quello di preservare il bisogno di ciascuno. Il capo grillino sa che non riesce a tenere compatti i suoi gruppi sull'ex presidente della Bce e soprattutto è condizionato dalle paure di molti suoi parlamentari che vedono il rischio delle elezioni anticipate. Il segretario leghista è spinto dal pressing di larga parte della sua base, dal tormentata relazione con Giancarlo Giorgetti e dall'ombra competitiva dell'"alleata", Giorgia Meloni.


Manca, appunto, la ragion di Stato. Che può assumere e può essere rappresentata con vesti e con nomi diversi. Ma il punto è che quella ragion di Stato manca e basta. Non solo nel caso specifico. Ogni indicazione, ogni tentazione, ogni nome avanzato e ogni nome scartato, il gioco avviato e poi ritirato sul bis di Mattarella, tutto risponde alle esigenze particolari e non al vantaggio che potrebbe trarre il Paese. Il capo dello Stato non può essere il mero prodotto di un bilanciamento tra i bisogni delle forze politiche. Soprattutto in questa fase in cui l'Italia vive da osservata speciale in Europa e nel resto del mondo, la discussione dovrebbe assumere una dimensione più elevata. Draghi, Mattarella, o chiunque altro dovrebbe essere scelto per quel che può fare a tutela del Paese e non per quel che può fare a tutela dei partiti. L'obbligo di una classe dirigente - visto che ancora non vige l'elezione diretta e popolare del presidente della Repubblica - dovrebbe essere in primo luogo questo.


Per nonostante i tanti, troppi proclami, non esiste una maggioranza politica in grado di eleggere autonomamente il capo dello Stato. Non lo è di certo il centrodestra e non lo è il centrosinistra. È una situazione senza precedenti. Mai nella storia della Repubblica, il Parlamento aveva affrontato questo voto senza un blocco maggioritario. In passato c'è sempre stata una coalizione che poteva contare su più voti e poi provava - o fingeva di provare - ad allargare il consenso anche alla minoranza. Stavolta non è così. Centrodestra e centrosinistra si devono necessariamente mettere d'accordo.


Lo dimostra l'esito che sta sortendo l'autocandidatura di Silvio Berlusconi. Tralasciando le questioni di opportunità - assolutamente evidenti, in Italia e all'estero - non ci sono i margini nemmeno per avvicinarsi a quella soluzione. Il Cavaliere lo ha capito. E ormai sta virando la sua partita sulla riconquista di fatto della leadership della sua alleanza. Un risultato già raggiunto. Il capo di Forza Italia è - nella sorpresa delle Cancellerie straniere - al centro del dibattito. Su questo ha già vinto. E la risposta che all'ultimo vertice del centrodestra ha dato a Salvini ne è la prova. Il leader leghista suggeriva di rifare il punto se prima della quarta votazione si fosse capito che il Cavaliere non aveva i numeri. "Quarta? Perché quarta? - ha risposto - Quinta, sesta, settima...". Il merito, in questo caso, non conta. Rileva invece che l'ex premier non è facilmente bypassabile dai suoi alleati. E soprattutto che potrebbe ritrovarsi in mano una specie di wild card per indicare il candidato al Quirinale. Rinuncia alla sua corsa per far scattare quella di un altro. Ma di certo non nel campo del centrodestra.


Il Quirinale, però, non può essere una posta messa sul tavolo per tranquillizzare chi teme di perdere qualcosa. Il nostro Paese sta affrontando probabilmente la fase più delicata dalla Seconda Guerra mondiale. È stato salvato dalla terribile crisi provocata dalla pandemia solo grazie all'Unione europea. I soldi del Recovery Fund e il Pnrr non sono una fideiussione gratuita. Per l'Ue è la partita della vita e reclama stabilità. I mercati verificano ogni giorno se siamo in grado di reggere il ritmo delle riforme. Fare la scelta sbagliata ora, far prevalere l'interesse dei partiti e non quello nazionale, significherebbe rimettere indietro le lancette dell'orologio a due anni fa. O forse anche qualcuno di più.