Quirinale, la bussola della Costituzione
di Francesco Bei , di Francesco BeiFinalmente, dopo un mese di inutili giri di walzer, sembra ci si avvicini alle battute finali della grande partita del Quirinale. Ma, come spesso accade, sono proprio gli ultimi dettagli che possono determinare il successo oppure il fallimento dell'intera operazione. Per riassumere quello che troverete raccontato oggi sul giornale: è in corso una partita doppia e l'esito della prima influenzerà anche il risultato della seconda. Per essere espliciti, ci stiamo avvicinando all'elezione di Mario Draghi al Quirinale. L'ostacolo vero, oltre alla candidatura ancora non tramontata di Silvio Berlusconi, è tuttavia l'accordo che dovrebbe garantire la continuità del suo governo e della sua maggioranza. E qui iniziano i problemi, perché questa intesa ancora non c'è.
Il paradosso è questo. I partiti sono pronti a mandare Draghi al Colle anche per rimettere mano all'assetto di governo, facendo fuori alcuni tecnici per pr…
Finalmente, dopo un mese di inutili giri di walzer, sembra ci si avvicini alle battute finali della grande partita del Quirinale. Ma, come spesso accade, sono proprio gli ultimi dettagli che possono determinare il successo oppure il fallimento dell'intera operazione. Per riassumere quello che troverete raccontato oggi sul giornale: è in corso una partita doppia e l'esito della prima influenzerà anche il risultato della seconda. Per essere espliciti, ci stiamo avvicinando all'elezione di Mario Draghi al Quirinale. L'ostacolo vero, oltre alla candidatura ancora non tramontata di Silvio Berlusconi, è tuttavia l'accordo che dovrebbe garantire la continuità del suo governo e della sua maggioranza. E qui iniziano i problemi, perché questa intesa ancora non c'è.
Il paradosso è questo. I partiti sono pronti a mandare Draghi al Colle anche per rimettere mano all'assetto di governo, facendo fuori alcuni tecnici per prendersi le loro poltrone. Un punto quindi a favore di Draghi. Tuttavia non accettano di mandare il premier al Quirinale senza prima aver chiuso un patto su tutte le caselle che chiedono e aver ottenuto sufficienti garanzie sul "dopo". Ma, così facendo, provocano una paralisi della trattativa principale, con il risultato di bloccare Draghi dove sta. Il corollario è che, se il premier resta a Palazzo Chigi, nessuna casella, nemmeno quella di un sottosegretario, viene toccata. Un paradosso appunto. Intorno a questo "comma 22" della politica si sta incartando tutto.
Per uscirne bisogna quindi tornare ai fondamentali, alla prassi e alla grammatica costituzionale. È certamente un'anomalia questa doppia trattativa governo-Quirinale, ma l'anomalia, al punto in cui siamo, è sul tavolo, ineliminabile. Non è mai successo prima che un premier traslocasse direttamente al Quirinale. Questo inedito deve portare a focalizzarsi maggiormente sull'interesse nazionale, che in questa fase non può che essere la stabilità. La pandemia e gli impegni del Pnrr non giustificano distrazioni e perdite di tempo, anche perché il mondo e i mercati ci guardano ora per ora. Mettere a rischio la rata di giugno del prestito Ue sarebbe un suicidio collettivo. Se questo è vero, la pretesa di Matteo Salvini di un accordo organico e compiuto su tutto il governo, a partire dal futuro presidente del Consiglio, appare irragionevole.
È certamente necessario che le forze politiche di maggioranza trovino un terreno comune per portare a termine la legislatura dopo aver eletto il nuovo Capo dello Stato. Ma questo terreno in fondo c'è già. In altri termini, il programma del nuovo governo è già scritto, sono gli impegni stringenti e scadenzati che il Paese ha preso con l'Europa per questo e per gli anni a venire.
C'è poco da discutere, la cornice è quella. Il nome del premier verrà dopo, al termine di consultazioni condotte dal nuovo presidente della Repubblica, mentre a Palazzo Chigi sbrigherà gli affari correnti il ministro Brunetta (in quanto membro più anziano). Una crisi lampo, si spera, con una compagine che cambierà il meno possibile, a parte naturalmente il nome della donna o dell'uomo che siederà al posto di Draghi. E poco altro.
Questa è la procedura corretta e pensare di invertirla, ovvero provare a risolvere la crisi di governo prima ancora di averla aperta, stride con lo spirito e la lettera della Costituzione. Quindi calma e gesso. First things first dicono gli anglosassoni: le prime cose al primo posto. E la prima fra tutte è la candidatura fantasma di Berlusconi, che ancora incombe. Senza togliere quella di mezzo, il resto non può partire.
Non è un ostacolo da poco, naturalmente, anche perché l'ego del Cavaliere è tale che immaginare un nome diverso e più degno del suo non rientra proprio nei suoi schemi. Per uno che ha fatto pubblicare dai giornali una pubblicità a pagamento rivendicando di essere niente di meno che "l'italiano più competente in politica internazionale, ascoltato e apprezzato, autorevole e umano", si comprende come sia difficile scendere da tali vette. Dover scendere a patti con Salvini e Meloni, dopo aver "posto fine alla guerra fredda", è ben misero traguardo. Però, quando e se Berlusconi si convincerà che non c'è scoiattolo che tenga e che il Colle resta precluso, è ragionevole immaginare una larga convergenza su Draghi. È lo schema a cui sta lavorando Enrico Letta, il primo ad aver imboccato con decisione questa strada.