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Ucraina, il fucile di Putin

Il presidente russo Vladimir Putin (ansa)

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Se il presidente russo ritira l'accerchiamento militare di Kiev senza avere ottenuto nulla in cambio, perde la faccia davanti alla comunità internazionale e ai propri compatrioti. Ma se invade il Pase va incontro a tre rischi e una certezza. L'escalation della crisi rende complicato trovare una via d'uscita
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"Se nel primo atto di una pièce teatrale c'è un fucile appeso al muro, nel secondo o nel terzo dovrà sparare", insegnava Anton Cechov. "Se alla fine il fucile non verrà usato, non doveva starsene lì appeso neanche all'inizio". L'ammonimento del grande scrittore russo, rivolto ai commediografi, riassume il dilemma odierno di Vladimir Putin. Se il presidente russo ritira l'accerchiamento militare dell'Ucraina, senza avere ottenuto nulla di concreto in cambio, perde la faccia davanti alla comunità internazionale e ai propri compatrioti: a cosa sarebbe servito schierare 100 mila soldati al confine, più ora anche un'ingente flotta nel mar Nero e nel Mediterraneo, ovvero appendere al muro il suo fucile?

Ma d'altra parte, se invade l'Ucraina, Mosca va incontro a tre rischi e a una certezza. I rischi sono il rafforzamento della Nato, a cui l'invasione potrebbe dare una rinnovata identit&a…

"Se nel primo atto di una pièce teatrale c'è un fucile appeso al muro, nel secondo o nel terzo dovrà sparare", insegnava Anton Cechov. "Se alla fine il fucile non verrà usato, non doveva starsene lì appeso neanche all'inizio". L'ammonimento del grande scrittore russo, rivolto ai commediografi, riassume il dilemma odierno di Vladimir Putin. Se il presidente russo ritira l'accerchiamento militare dell'Ucraina, senza avere ottenuto nulla di concreto in cambio, perde la faccia davanti alla comunità internazionale e ai propri compatrioti: a cosa sarebbe servito schierare 100 mila soldati al confine, più ora anche un'ingente flotta nel mar Nero e nel Mediterraneo, ovvero appendere al muro il suo fucile?

Ma d'altra parte, se invade l'Ucraina, Mosca va incontro a tre rischi e a una certezza. I rischi sono il rafforzamento della Nato, a cui l'invasione potrebbe dare una rinnovata identità, spingendo potenzialmente altri Paesi alla periferia della Russia, come Finlandia e Svezia, ad aderire all'Alleanza Atlantica; il consolidamento dei sentimenti anti-russofoni a Kiev, già evidenziato nei sondaggi, in cui i partiti pro-Mosca sono scesi al minimo; e la possibilità di un conflitto di lunga durata, considerato che le forze ucraine hanno potuto prepararsi dall'invasione della Crimea e dalla guerra nel Donbass nel 2014 e che adesso hanno ricevuto aiuti militari dagli Stati Uniti. La certezza sono le sanzioni senza precedenti anticipate dall'Occidente: un danno economico che in certa misura la Russia è pronta ad affrontare, come nota un'analisi delle sue risorse finanziarie sul Financial Times, ma che avrebbe comunque ripercussioni geopolitiche.

Il colloquio a Ginevra fra il segretario di Stato Usa Antony Blinken e il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, ultimo round di un'accelerata maratona negoziale, si è concluso senza ultimatum e con la carota di un eventuale summit tra il presidente Biden e Putin, segno che le due parti stanno provando a dare altro spazio alla diplomazia, commenta il New York Times. La soluzione sarebbe un compromesso che risparmi umiliazioni al presidente russo, senza però ridividere l'Europa in sfere di influenza, come le due superpotenze fecero a Jalta nel 1945.

L'escalation della crisi voluta da Putin, tuttavia, rende complicato trovare una via d'uscita. Le condizioni poste dal leader russo lasciano un margine strettissimo: l'Occidente non può vietare espressamente a un'Ucraina democratica di chiedere l'adesione alla Nato, né ritirare le forze dall'Europa orientale. Il capo del Cremlino dovrebbe accontentarsi dello status quo, cioè del fatto che Kiev non ha nemmeno avviato una richiesta in tal senso e non ci sono prospettive che lo faccia: paradossalmente può accelerarla soltanto la minaccia di Mosca.

Quanto alle promesse di non espandere la Nato a Est, pronunciate da Washington e dai suoi alleati dopo il crollo del muro di Berlino durante le trattative con l'Urss per la riunificazione della Germania, furono soltanto verbali, senza alcun impegno scritto, né avrebbero potuto precludere indefinitamente il principio dell'autodeterminazione dei popoli.

Il problema di fondo è esattamente questo: anche senza l'adesione dell'Ucraina alla Nato, la sopravvivenza di un governo democratico filoccidentale a Kiev rappresenta un modello destabilizzante per Putin, sia di fronte ad altri Paesi in ebollizione dell'ex impero sovietico che vuole mantenere sotto il tallone russo, dalla Bielorussia al Kazakistan, sia davanti all'opinione pubblica nazionale.

Se il "fucile" di Putin è un bluff, infine, con il passare dei giorni cresce il pericolo che gli sfugga di mano: basta un singolo incidente, fortuito o orchestrato ad arte, per trasformare una minaccia di invasione in conflitto aperto. Che attacchi o si ritiri, il presidente russo si è messo dunque in una situazione difficile con il suo poker, come afferma l'ex direttore della Cia ed ex segretario alla Difesa americano Robert Gates citando una vecchia massima del grande diplomatico francese Talleyrand: "Con le baionette si può fare tutto, tranne sedercisi sopra".