Quirinale, Salvini e gli altri e l'esame di maturità
di Stefano Folli , di Stefano FolliUn diluvio di schede bianche, o magari graffiate col nome di qualche candidato di bandiera, apre lunedì 24 gennaio a Montecitorio il grande gioco del Quirinale. Non è la prima volta, naturalmente: l'incertezza ha prodotto anche in passato valanghe di schede intonse, a testimonianza dei tatticismi che hanno sempre influenzato l'elezione del presidente; una procedura per definizione tortuosa e persino opaca, salvo rare eccezioni.
La differenza è che oggi è il mondo politico nel suo complesso ad apparire sfibrato e sconnesso. In passato era spesso faticoso comporre le spinte dei partiti e delle fazioni, ma la cornice della democrazia repubblicana era solida. Per cui le ventitré votazioni necessarie nel dicembre 1971 per eleggere Giovanni Leone suscitarono, sì, qualche dubbio sulla salute delle istituzioni, ma il sistema seppe riscattarsi abbastanza facilmente, tanto è vero che quattordici anni dopo, a conclusione del positivo sett…
Un diluvio di schede bianche, o magari graffiate col nome di qualche candidato di bandiera, apre lunedì 24 gennaio a Montecitorio il grande gioco del Quirinale. Non è la prima volta, naturalmente: l'incertezza ha prodotto anche in passato valanghe di schede intonse, a testimonianza dei tatticismi che hanno sempre influenzato l'elezione del presidente; una procedura per definizione tortuosa e persino opaca, salvo rare eccezioni.
La differenza è che oggi è il mondo politico nel suo complesso ad apparire sfibrato e sconnesso. In passato era spesso faticoso comporre le spinte dei partiti e delle fazioni, ma la cornice della democrazia repubblicana era solida. Per cui le ventitré votazioni necessarie nel dicembre 1971 per eleggere Giovanni Leone suscitarono, sì, qualche dubbio sulla salute delle istituzioni, ma il sistema seppe riscattarsi abbastanza facilmente, tanto è vero che quattordici anni dopo, a conclusione del positivo settennato di Pertini, Francesco Cossiga fu eletto al primo scrutinio sulla base di un'intesa quasi generale.
Quella cornice, garantita da un assetto partitico ancora abbastanza efficiente, ormai è andata in frantumi. Ecco perché le schede bianche del 2022 non hanno lo stesso significato che avrebbero avuto negli anni Sessanta e persino nei Novanta, quando già il sistema aveva subito traumi drammatici ma Ciampi fu eletto anch'egli alla prima "chiama". Ora si comincia a votare senza che sia emerso un nome più forte degli altri e soprattutto più capace di porsi come baricentro istituzionale.
Con la mossa di sabato 22 gennaio Berlusconi ha messo un macigno sulla strada di Draghi, ma non ha definito un'ipotesi diversa. Né lo hanno fatto finora i suoi recalcitranti alleati. Eppure ci si attende proprio questo: che il gruppo considerato più numeroso e tutto sommato coeso, con i suoi circa 450 voti, faccia una mossa e apra un confronto autentico, non solo mediatico, con il centrosinistra.
Il ritiro di Berlusconi dalla prima linea dovrebbe facilitare, sulla carta, un certo disgelo. Vero è che Enrico Letta nega alla destra un "diritto di prelazione", ossia non accetta in partenza un nome indicato da quello schieramento, ma si tratta di verificare se c'è o no la volontà di negoziare. E su quali figure.
Non a caso Matteo Renzi, i cui spazi di manovra sono assai più ristretti rispetto a sette anni fa, quando seppe imporre il nome di Mattarella, ha proposto che si sviluppi "un'iniziativa politica". Frase dai diversi significati. Iniziativa politica è in primo luogo quella che dovrebbe venire da Salvini a nome del centrodestra per mettere a fuoco una personalità che sia, diciamo così, al di sopra della mischia. Per il capo della Lega potrebbe essere l'occasione di una prova di maturità attesa da tempo. Ma ovviamente dipende dalle sue scelte.
Con la crisi ucraina in atto, conta il quadro internazionale. Quindi conta la capacità di rassicurare gli alleati e i partner europei. Mentre sul piano interno la priorità del presidente della Repubblica non può che essere la stabilità: come ha garantito Mattarella specie nell'ultima parte del suo mandato in tandem con Draghi. Il momento per un simile passo è ora, prima che la situazione sfugga di mano.
Probabilmente ognuno dovrà sacrificare qualcosa, se si vuole quel risultato "condiviso" che per ora sembra alquanto utopistico, benché necessario. Può servire il tavolo comune proposto da Letta, purché ognuno sappia arrivarci con le idee chiare.