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La difficile ricerca di un nome neutro

(ansa)

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Terzo giorno di votazioni per il Quirinale
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I petali della rosa del centrodestra hanno una caratteristica: sembrano concepiti per essere presto dispersi nella brezza romana. Nomi rispettati e conosciuti, ma dei tre solo Pera, ex presidente del Senato, ha sulla carta una storia istituzionale che lo rende un candidato plausibile. Il che non vuol dire votabile da uno schieramento largo. Vuol dire però che su di lui si può tentare un'azione di forza alla quarta votazione, quando basteranno 505 voti (che comunque non sono pochi). Ma davvero Salvini punta a una simile soluzione? Non sembra che sia questo il suo disegno. Del resto, non avrebbe molto da guadagnare: rischierebbe di non raccogliere nemmeno tutti i voti della destra; non otterrebbe quelli di Renzi e di buona parte del gruppo misto; aprirebbe una più che probabile crisi della maggioranza trasversale che sostiene Draghi.


Pera può servire all'occorrenza come strumento per un braccio di ferro con la controparte, ma metterlo in campo avreb…

I petali della rosa del centrodestra hanno una caratteristica: sembrano concepiti per essere presto dispersi nella brezza romana. Nomi rispettati e conosciuti, ma dei tre solo Pera, ex presidente del Senato, ha sulla carta una storia istituzionale che lo rende un candidato plausibile. Il che non vuol dire votabile da uno schieramento largo. Vuol dire però che su di lui si può tentare un'azione di forza alla quarta votazione, quando basteranno 505 voti (che comunque non sono pochi). Ma davvero Salvini punta a una simile soluzione? Non sembra che sia questo il suo disegno. Del resto, non avrebbe molto da guadagnare: rischierebbe di non raccogliere nemmeno tutti i voti della destra; non otterrebbe quelli di Renzi e di buona parte del gruppo misto; aprirebbe una più che probabile crisi della maggioranza trasversale che sostiene Draghi.


Pera può servire all'occorrenza come strumento per un braccio di ferro con la controparte, ma metterlo in campo avrebbe il solo significato di dimostrare che il centrodestra, pur forte di un considerevole patrimonio di voti (circa 450), non ha la maggioranza necessaria. Nella stessa situazione si trova il centrosinistra di Letta e Conte: nemmeno loro dispongono di voti sufficienti per una soluzione di parte. Del resto, finora a sinistra non esistono nemmeno candidati di bandiera, il che può essere persino positivo se l'obiettivo è quello di individuare il famoso nome condiviso e di "alto profilo" per uscire dallo stallo. Il problema è che il tempo stringe. Lo spettacolo di un sistema politico in ginocchio e paralizzato è l'ultimo che ci si può augurare di questi tempi.


Vero è che ieri - giornata in cui Draghi è rimasto nell'ombra e si è parlato poco delle ipotesi che lo riguardano - il segretario del Pd si è dimostrato più accorto sul piano verbale, riconoscendo al centrodestra di aver presentato "nomi di qualità". È solo tattica, naturalmente, perché non c'è alcuna volontà di prenderli in considerazione. Lo stesso era accaduto poco prima con Frattini, presidente del Consiglio di Stato: altro nome valutato dal centrodestra, ma rifiutato da Letta e Renzi, all'unisono, con l'argomento che non offre sufficienti garanzie sul terreno dell'atlantismo e dell'europeismo. In ogni caso Letta ha dismesso l'atteggiamento quasi sprezzante con cui in precedenza aveva squalificato qualsiasi profilo proveniente dallo schieramento avversario dopo Berlusconi. Fino ad ammettere una palese verità: né il centrosinistra né il centrodestra hanno la forza per imporre una propria candidatura. Per cui si può agire in due modi nelle prossime ore.


Si possono cercare uno per uno i voti mancanti tra gli scontenti del fronte opposto: significa arroccarsi in uno scontro logorante, assai dannoso per il Paese. Oppure si possono accantonare gli antagonismi e cercare insieme un nome neutro, diciamo così, che possa essere sostenuto da una maggioranza ampia, più o meno coincidente con quella che sostiene Draghi. Purché tutti siano consapevoli che la carta va giocata con senso di responsabilità, non può essere un gioco a mettere in angolo la controparte per ottenere una vittoria politica da sbandierare. È logico che non si può escludere che alla fine un Parlamento estenuato torni a rivolgersi a Sergio Mattarella chiedendogli un sacrificio. Tuttavia non siamo a quel punto. Le Camere devono ancora pronunciarsi su soluzioni più a portata di mano, se saranno capaci di trovarle.